L'Opinione di Mediolanum

Mercati: tra volatilità immediata e resilienza strutturale

Sell first e think later”. Prima vendere e poi pensare. Sembra un luogo comune ma istintivamente è l’atteggiamento che molti risparmiatori e investitori hanno nei momenti di panico. Sono i grandi gestori a dirlo, con un tono di ironia quasi irridendo il pubblico che nella maggior parte dei casi commette questo errore, pentendosene poi. Prima cosa da fare, dunque, invertire l’ordine dei fattori: prima pensare e poi eventualmente agire, per questo è importante capire da dove è cominciata la crisi e quale evoluzione può avere soprattutto nel campo che ci compete cioè quello dei mercati finanziari.

Illustra molto bene la situazione Davide Serra a cui non difetta l’uso delle metafore, che nel pieno del conflitto dice: “siamo andati a fare la spesa il 20 dicembre” (Fonte MF), come a dire che gli investitori nonostante tutto fosse molto caro continuavano a comprare, alla prima scusa, ecco che piovono le vendite. Il mercato prezzava la perfezione. E questa scusa viene dall’inizio del conflitto in Iran, una notizia che ha un forte impatto emotivo e potenzialmente economico.

Il conflitto in corso ha inevitabilmente riportato la geopolitica al centro dell’attenzione dei mercati globali. Come spesso accade nelle fasi di tensione internazionale, la prima reazione è stata dominata dall’incertezza: volatilità sui listini azionari, oscillazioni marcate del prezzo del petrolio e un improvviso ritorno dei timori inflazionistici. Eppure, tra gli economisti e gli investitori internazionali prevale una lettura più equilibrata, che invita a distinguere tra shock di breve periodo e fondamentali economici di medio termine.

Andamento prezzo indice S&P da inizio 2000 ad oggi. Fonte: Banca Mediolanum, Bloomberg, Macrobond, marzo 2026

Il primo canale di trasmissione della crisi è naturalmente quello energetico. Il Medio Oriente resta infatti un nodo cruciale per l’approvvigionamento globale di petrolio, e il timore di interruzioni nelle rotte di esportazione, in particolare nello Stretto di Hormuz, ha alimentato un rapido aumento delle quotazioni del greggio. In alcune sedute il Brent ha superato la soglia dei 100 dollari al barile (Fonte Class CNBC), con picchi temporanei anche più elevati, prima di ritracciare quando sono emersi segnali di possibile de-escalation. 

Secondo numerosi analisti il rischio principale riguarda la durata del conflitto. Se la crisi dovesse protrarsi o coinvolgere infrastrutture e rotte strategiche, il prezzo del petrolio potrebbe stabilizzarsi su livelli significativamente più alti, con effetti a catena su inflazione e crescita globale.  Wall Street e le principali borse internazionali hanno registrato sedute molto volatili, con cali improvvisi legati all’impennata dell’energia e successivi rimbalzi alimentati da segnali di possibile contenimento del conflitto (Fonte Class CNBC). Secondo Lloyd Blankfein, ex ad di Goldman Sachs l’attuale situazione ha delle similitudini sinistre con il 2008 (Fonte CNBC). In effetti il balzo improvviso del petrolio, dovuto anche al timore del “peak oil”, fa tornare alla mente l’impennata di quell’anno in cui l’oro nero raggiunge il picco storico di 147 dollari. Una situazione che mandò nel panico anche le istituzioni tanto che l’allora governatore della BCE Trichet per dovere statutario decise di alzare i tassi dando una spinta all’economia che già era diretta verso la recessione. Fortunatamente oggi abbiamo imparato da quegli errori. 

Accanto a queste preoccupazioni emerge anche una lettura più costruttiva. Molti gestori sottolineano come il sistema finanziario globale sia oggi più resiliente rispetto al passato. Negli ultimi anni gli investitori hanno infatti incorporato nei loro portafogli una maggiore diversificazione e strumenti di copertura contro gli shock geopolitici. Alcuni analisti parlano di veri e propri “ammortizzatori” finanziari che stanno contribuendo a contenere la reazione dei mercati. 

Inoltre, la struttura dell’economia globale è cambiata rispetto alle grandi crisi energetiche del passato. Questo anche grazie alla rivoluzione industriale guidata dalla tecnologia che è tuttora in corso. Gli Stati Uniti sono oggi uno dei principali produttori di petrolio e gas, mentre molte economie avanzate hanno ridotto l’intensità energetica dei loro sistemi produttivi. Questo non elimina i rischi, ma attenua la trasmissione immediata di uno shock petrolifero all’economia reale.

Anche per questo motivo diversi strategist ritengono che le fasi di debolezza dei mercati possano rappresentare opportunità selettive per gli investitori di lungo periodo. Alcuni osservatori parlano di una “correzione tecnica” più che di un cambiamento strutturale del ciclo economico, a condizione che la crisi non si trasformi in un conflitto regionale più ampio.

In definitiva, il messaggio che emerge dal dibattito internazionale è improntato a una cauta fiducia. La guerra in Iran rappresenta indubbiamente un fattore di instabilità e un potenziale acceleratore delle tensioni sui prezzi dell’energia. Tuttavia, la storia dei mercati insegna che gli shock geopolitici tendono spesso a produrre effetti intensi ma temporanei.

Peak oil: il picco del petrolio indica il momento storico in cui secondo gli esperti del settore la produzione mondiale di greggio raggiungerà il suo massimo livello da cui inizierà un declino irreversibile a causa dell’esaurimento dei giacimenti (Fonte Sole 24 Ore).


AVVERTENZA LEGALE: questo è un foglio di informazione aziendale con finalità promozionali che riflette le analisi, effettuate da Banca Mediolanum, sulla base dell’attuale andamento dei mercati finanziari il cui contenuto non rappresenta una forma di consulenza nè un suggerimento per gli investimenti.

NOTA DI REDAZIONE: gli argomenti, le immagini e i grafici sono frutto di elaborazione interna.

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