Basiglio, 10 novembre 2020

L'opinione di Mediolanum

Tra Biden e Trump ha vinto Powell

 “In this present crisis, government is not the solution to our problems; government is the problem”. Nella presente crisi economica, il governo è il problema, non la soluzione. È con questa dichiarazione, apparentemente dura e spigolosa, che il 20 gennaio del 1981 il neoeletto presidente Ronald Reagan si insediò alla Casa Bianca.

In questa frase pronunciata in un particolare momento storico, è contenuta un’importante indicazione per gli investitori: poco importa il colore, il partito o il nome di chi sarà a capo del governo, difficilmente per i mercati finanziari la soluzione arriverà dalla politica, o meglio, difficilmente la politica da sola sarà decisiva nel risolvere i problemi. Fortunatamente, come abbiamo potuto notare negli ultimi anni, la soluzione arriva sempre da altre direzioni.

L’America in cui venne eletto Ronald Reagan era un Paese ferito, affaticato da un contesto storico difficile e delicato, e da un periodo economico fitto di ostacoli e difficoltà. L’America era in crisi, forse una delle peggiori dopo quella del ’29. L’elenco dei problemi da affrontare era lungo, l’agenda non aveva priorità, tutti i problemi erano di grave importanza, proprio per questo la prova che si trovava di fronte il nuovo presidente sembrava in quel momento insormontabile. A livello economico il nemico numero uno aveva un nome complesso, stagflazione, un mostro a due teste: l’inflazione e la stagnazione economica. L’inflazione, cioè l’aumento dei prezzi al consumo, era spinta verso l’alto principalmente a causa dello shock energetico che aveva fatto impennare il prezzo del barile di petrolio.

Immagine simbolo degli anni Settanta in Italia erano le domeniche a piedi. In Usa, dove il petrolio è vitale come l’aria che si respira, questa dinamica di prezzo aveva messo in ginocchio tutto l’apparato economico.

Se da un lato questo stato di crisi fu risolto da Ronald Reagan attraverso le azioni di politica estera, e internamente con una rivoluzione a livello fiscale (ridusse le aliquote più alte, e introdusse esenzioni fiscali per i meno abbienti), niente sarebbe potuto accadere senza l’opera decisiva apportata dalla Banca Centrale Americana, la Fed, che grazie al suo governatore Paul Volcker diede il colpo decisivo all’inflazione, rimettendo in salute il sistema, fornendo l’energia necessaria per iniziare un recupero economico strutturale. La mossa di Paul Volcker fu di aumentare i tassi in modo sostenuto, fino a portarli a livello di due cifre, togliendo l’ossigeno a l’iperinflazione che in quel momento si stava gonfiando a dismisura, indebolendola fino alla sconfitta.

Questa mossa ebbe due risultati importanti: creare il terreno fertile per l’espansione economica strutturale che durerà per tutti gli anni Ottanta, e, grazie ai tassi d’interesse elevati, attrarre i capitali di tutto il mondo verso gli Stati Uniti, dando al dollaro lo scettro di valuta più importante al mondo. Pochi numeri per capire la portata di quelle mosse di politica monetaria: l’inflazione passo da 13,5% del 1980 al 4,1% del 1988, la disoccupazione scese dal 7,6% al 5,5%, e il Pil reale in 8 anni accumulò una crescita del 26%.

Ronald Reagan, che al momento delle elezioni venne considerato dai media come la peggiore scelta, un personaggio molto pericoloso per un’America in profonda difficoltà, dopo 8 anni di presidenza in cui ha trasformato profondamente l’economia, e ha resuscitato gli Usa dalla recessione, oggi viene ricordato come uno dei migliori presidenti che gli Stati Uniti abbiano mai avuto. Una volta di più le previsioni, specie quelle pessimistiche, sono state smentite.

Qualcosa di simile è accaduto anche con Trump. Ricorderete una vigilia elettorale accompagnata da grande apprensione e paura, i timori degli investitori erano gli stessi degli anni ’80, il pericolo che potesse vincere colui che era considerato dall’opinione pubblica a dai media come “pericoloso” per la guida di un paese e per la sua economia. Oggi quella paura è ritenuta quasi sciocca, perché la memoria cancella, ma è utile ricordare in poche righe cos’è successo per capire che le previsioni sono sempre un azzardo e che il governo non è quasi mai fonte di una soluzione, ma quest’ultime arrivano sempre da direzioni diverse.

Eravamo nel 2016, un altro anno bisestile e apparentemente disgraziato. L’anno in cui sui mercati era apparso il cigno nero della Brexit, uno shock che portò ad un pessimismo crescente, tanto da vedere nella vittoria di Trump una catastrofe per l’economia.

La memoria ha cancellato anche i titoli dei giornali: “borse negative, Trump recupera nei sondaggi”, “volano le borse, Hillary Clinton di nuovo favorita”.

Fino a quell’otto novembre, il giorno delle elezioni, dove succede l’impensabile: vinse Trump. Wall Street cadde e chissà quanti in quel momento avranno pensato al peggio. Invece, proprio da quel ribasso si scatenò un’ondata rialzista, che nonostante qualche scoglio, dura fino a oggi. I giudizi degli economisti cambiano alla stessa velocità dei commenti degli opinionisti nel calcio, la chiameranno “Trumponomics”, un termine o uno slogan che riempie la bocca ma che in pratica si riduce essenzialmente in un taglio delle tasse a cui poi si sono aggiunti i dazi. Un cocktail che avrebbe dovuto avvelenare il sistema e non nutrirlo, se non fosse che alla pozione magica, per Trump e per gli Usa, ci ha pensato la Fed. 

È stata proprio la politica monetaria il grande timoniere di questo generoso ciclo. A dimostrazione di ciò, possiamo notare che l’unico incaglio, l’unico vero momento di crisi è avvenuto a dicembre del 2018, nello screzio tra Trump e Powell (l’attuale governatore della Fed), screzio che una volta risolto con ulteriori politiche monetarie espansive, ha riportato il buonumore sui mercati finanziari.

Nonostante ciò, quattro anni dopo, ci siamo ancora chiesti chi vincerà e a seconda dell’esito, dove investire. Previsioni continuamente smentite, come accaduto alla vigilia di queste elezioni in cui si sono sprecate molte parole per nulla. “Se vince Trump il rialzo continuerà”, dicevano alcuni, “se vincerà Biden andrà meglio”, altri. Una cacofonia di previsioni discordanti, l’unico elemento che accordava tutti era l’incertezza. Lo spettro era l’immagine delle elezioni del 2000, quando ad affrontarsi erano Bush Jr e Al Gore, un confronto terminato in perfetta parità con il riconteggio dei voti in Florida che andò avanti sino in dicembre, un mese dopo, e si concluse con la sentenza della Corte Suprema. 

Ennesima smentita, perché il finale del confronto tra Trump e Biden è stato ancora più burrascoso, ma a differenza del 2000 dove le borse si indebolirono sensibilmente per settimane, questa volta c’è stata euforia. L’incertezza ha portato carburante al rialzo, ennesima previsione smentita. Com’è possibile? 

La Fed è la risposta, perché in questo particolare momento, ogni momento di difficoltà è buono affinché le banche centrali di tutto il mondo mettano in circolo nuovo denaro per sostenere economia e mercati. In questo momento particolarmente caotico per la politica e per la società, la celebre rivista Barron’s ha pensato bene di mettere in copertina Jerome Powell, il vero vincitore di queste elezioni, che per fortuna degli investitori continuerà a guidare la Fed.

Come per Reagan, Volcker fu l’elemento importante della rivoluzione economica e di un decennio di benessere senza il quale difficilmente si sarebbe realizzato, così Powell è stato per Trump l’elisir di lunga vita di questo ciclo economico che sembra interminabile, e che grazie a Powell contribuirà a prolungare anche per il successivo inquilino della Casa Bianca. 

E ora con Biden come cambierà l’economia? Ci sarà maggiore spesa? Quali saranno i settori privilegiati?

È sulle premesse e previsioni errate precedenti, che questo esercizio risulta inutile e dispersivo, sono troppe le variabili in gioco per provare delle anticipazioni che in questo momento assomigliano più ad un azzardo.  Ciò che per noi conta è che come accaduto in ere precedenti, la fase espansiva di lungo termine sui mercati continua, qualunque sia il colore e il personaggio politico in carica. Perché il governo non è la soluzione, fortunatamente le soluzioni arrivano sempre da più direzioni, e queste sono ancora oggi a favore della crescita.


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