Basiglio, 8 novembre 2018

L'opinione di Mediolanum

La storia insegna

In questo periodo, ascoltando le opinioni di buona parte dei commentatori e degli esperti in special modo dei settori legati all’economia e alla finanza, ci verrebbe da dirla con le parole di Alessandro Manzoni: “la storia insegna che la storia non insegna nulla”.

E a dirlo non andremmo molto lontano dalla realtà visto che, nella vita politica, sociale ed economica, l’uomo tende a commettere sempre gli stessi errori vuoi perché dimentica facilmente vuoi perché il più delle volte si fa guidare dalla pancia e non da un approccio razionale e strategico.

Un periodo questo, dicevamo, caratterizzato da giorni turbolenti per la nostra penisola, non solo a causa del maltempo che pur mette a nudo la fragilità delle nostre infrastrutture, anche a causa di una nuova tempesta finanziaria: lo spread, il differenziale tra il rendimento del Btp e del Bund a 10 anni, sta salendo nuovamente su livelli pericolosi che ci fanno tornare a galla alcuni ricordi non ancora cancellati.

Cercando di spiegare la rilevanza dello spread oggi, facciamo il paragone con un termometro che misuri la temperatura corporea. Uno spread intorno a 300 - più o meno le quotazioni di questi giorni - equivale a una febbre poco sopra i 37 gradi: una febbricola non grave che permette di rimane in attività ma che è tuttavia la più infida e subdola in quanto potenzialmente la più pericolosa. Il rischio vero ora è quello di vedere temperature più alte, come più fonti - anche governative – ipotizzano. Anche livelli intorno a 400, che in queste condizioni economiche e finanziarie corrispondono a temperature intorno a 39/40. Una febbre vera, che porta all’inattività e sulla quale, per guarire, è necessario intervenire con terapie.

Uscendo dalla metafora e parlando concretamente, uno spread che cresce da 300 fino a punte di 400 e oltre, in un’economia come quella italiana che ha come unico perno le banche, significa far correre al sistema il rischio di una paralisi.

L’Italia, a differenza di molte altre economie che si finanziano anche grazie al mercato, attraverso l’emissione obbligazionaria o di altri strumenti, è un’economia “bancocentrica”, il che significa che il finanziamento delle imprese e dei singoli consumatori passa principalmente attraverso il canale bancario, stiamo parlando di un 90%, e se questo si prosciuga tutto rallenta sino a fermarsi.

Semplificando molto il processo è questo: lo spread sale, i titoli Btp si deprezzano, questi ultimi, essendo presenti nei portafogli investimenti delle banche, vanno a penalizzarne il bilancio bloccando risorse. Fintanto che la perdita è minima, tutto è circoscrivibile, quando invece la perdita diventa acuta - come nel caso di uno spread a 400 – negli istituti bancari risuona un alert che immediatamente blocca i fondi, alza il costo del denaro, riduce i prestiti alla parte produttiva e ai consumi, paralizzando l’economia di un paese. È una spirale negativa che si autoalimenta. In altri termini è recessione.

George Bernard Shaw diceva “L’esperienza insegna che gli uomini dall’esperienza non hanno mai imparato nulla”, dev’essere vero visto che tutto quanto sopra descritto si è già realizzato pochi anni fa. Nel 2011 l’economia italiana è stata colpita dalla speculazione nel punto più nevralgico e delicato: il debito, i titoli di stato e di riflesso le banche, provocando esattamente un rialzo dello spread su livelli ancor più alti rispetto agli attuali. I tassi d’interesse volarono al 6%, le banche andarono in difficoltà e furono costrette alla ricapitalizzazione, le risorse furono quindi sottratte all’economia e arrivò una recessione, non acuta, lieve nelle percentuali, ma perdurante nel tempo.

Fu una situazione di difficoltà a cui prestò soccorso il Governatore della BCE Mario Draghi, nel Luglio del 2012 con l’arcinota dichiarazione “whatever it takes”, con cui riuscì a spegnere ogni focolaio speculativo, chiudendo l’emergenza e permettendo anche alla nostra economia di provare a ripartire.
Nel recente commento del tanto atteso giudizio di Standard & Poor’s che ha confermato il rating sul nostro Paese in BBB e ha modificato l’outlook a negativo, c’è questo passaggio specificatamente dedicato alle banche: “La politica economica e fiscale pianificata dal governo ha eroso la fiducia degli investitori, come dimostrato dall’incremento dei rendimenti del debito governativo. Questo sta impattando negativamente sull’accesso degli istituti di credito al mercato dei capitali”, aggiungendo che un ulteriore incremento dei rendimenti potrebbe ridurre la capacità delle banche di finanziare l’economia italiana, dato che dovrebbero dirottare almeno parte delle risorse destinate al settore privato. (fonte: Forbes Italia)

Nel 2011, come abbiamo scritto, intervenne in soccorso Draghi che fece seguire alle parole i fatti: un’imponente azione di espansione monetaria, il Quantitative Easing, capace di riportare fiducia e voglia in investire ed elargire credito.

Se le banche possono essere paragonate ai fiumi che fanno scorrere il credito e lo portano a destinazione, tutto il sistema economico produttivo e di consumo al terreno circostante, il QE è stata la pioggia capace di togliere la siccità.

Oggi, in un’altra situazione critica, è pensabile che la Banca Centrale sia in grado di intervenire trovando soluzioni nuove? Le vie della politica monetaria sono certo infinite, ma non sarebbe meglio ricordare quanto è già accaduto nel 2011 per non commettere gli stessi errori? In fondo per non perdere tempo e occasioni basterebbero lo studio e la memoria, la storia non è inutile, a conoscerla insegna.
 

Mercati

Azionario

“Penso che il mercato avesse bisogno di scrollarsi di dosso un po’ di compiacimento, e ora lo sta facendo” e poi “penso che questa sia una correzione in un mercato rialzista e penso che il mercato aumenterà per fine anno”, sono le parole di Byron Wien (1), investitore di 85 anni che a Wall Street ne ha viste di tutti i colori conosciuto per essere l’autore delle “10 sorprese” un appuntamento che il mercato attende trepidante ogni inizio d’anno da ormai 33 anni, una tradizione di autorevolezza. Gran parte dei punti delle 10 soprese del 2018, Wien le ha dedicate all’economia Usa e a tutti i suoi satelliti, sia Wall Street, sia il dollaro. In particolare il punto “4” dice che l’economia nel 2018 crescerà molto di più che nel 2017, ma la speculazione finanziaria raggiungerà un livello estremo che “costringerà” l’indice S&P500 - riconosciuto come il principale indice a livello mondiale - a una correzione anche del 10% dai massimi, una correzione in parte dovuta a tassi d’interesse più alti. Nonostante ciò l’anno chiuderà in positivo poiché i guadagni continueranno ad espandersi e perché l’economia Usa sarà in accelerazione verso una crescita del 4%.

Ed è proprio quest’ultimo punto che affligge la maggior parte di commentatori ed investitori, la crescita Usa che molti paventano già prossima al picco e ad una svolta che culminerà con una recessione tra il 2019 e il 2020.

Le cause e le preoccupazioni sono sempre le stesse, l’instabilità politica, la crescita dei tassi d’interesse su livelli che rischiano di diventare insostenibili per la concorrenza dell’azionario e soprattutto per la preoccupazione dazi. Preoccupazione che al momento non sembra rispecchiarsi nella realtà delle cifre, visto che sia l’ultimo dato sul Pil Usa e sia l’interscambio commerciale tra Cina e Usa, segnano ancora cifre in crescita. È vero che il freno dei dazi non ha ancora interamente agito ostacolando la locomotiva, ma è altrettanto vero che c’è più preoccupazione nell’immaginazione degli economisti, piuttosto che nel raziocinio di indicatori e numeri.

La realtà, anche se a volte può sembrare incredibile, attualmente è un’altra, e cioè che con un’inflazione ancora piuttosto contenuta, tassi in crescita ma pur sempre ai minimi storici ed un’economia generale che ancora segna un ottimo passo di marcia, per le Borse questo è ancora il migliore dei mondi possibili, quello che è stato soprannominato Goldilocks.

Ovviamente, non tutte le economie marciano alla stessa velocità e nella stessa direzione, e nemmeno le Borse, per questo negli investimenti è necessaria una adeguata diversificazione che permetta di diluire il rischio e di cogliere quello che di meglio il mondo è capace di offrire.

Obbligazionario

“Estremi meteorologici opposti hanno colpito la penisola nell’ultima settimana. Prima la fredda irruzione di bora di domenica sera, 21 ottobre, non insolita per il periodo, ma che ha sradicato alberi a Milano, Lignano e Cesenatico, scatenato uno spettacolare nubifragio grandinigeno su Roma-Est…” questo è il bollettino meteo di Luca Mercalli pubblicato su La Stampa lunedì 29 ottobre. È arrivato l’Autunno, con ritardo, si dirà che è l’alternarsi delle stagioni, ed è giusto così, ma sono i modi che sembrano cambiati e che complicano spesso la quotidianità dei comuni cittadini e di chi con il meteo in qualche modo ci deve lavorare.

Il “come” e il “modo” sono variabili importanti anche per l’economia e la finanza. L’autunno, e l’alternarsi delle stagioni è il bene del pianeta terra, diverso è l’irruzione di una stagione che porta da un giorno all’altro uno sbalzo termico di svariati gradi di differenza, dal caldo al gelo senza possibilità di adattamento.

Così è anche lo spinoso tema dei tassi d’interesse. Se i tassi salgono seguendo la loro natura, è un bene, perché significa che l’economia sta crescendo, e lo sta facendo accelerando l’espansione, dirigendosi verso la piena occupazione, producendo inflazione, salari in crescita e maggiori consumi. Tutto bene, ma siccome la virtù sta nel mezzo e nell’equilibrio, l’eccessiva esuberanza deve essere in qualche modo calmierata, ed è così che si giunge a un rialzo dei tassi rendendo il denaro più caro, così si mitiga l’eccesso perché si frena la troppa attività.

Se però succede che i tassi d’interesse invece di crescere gradualmente a colpi di ¼ di punto (o,25%) alla volta, passano in poco tempo dall’1 al 2%, raddoppiando, per di più non a causa di un’espansione economica, sul sistema produttivo e dei consumi si riproduce una scena simile a quella sopra descritta per il meteo: danni e paralisi.

Questo è uno dei motivi per cui uno spread in impennata, e un tasso dei rendimenti del Btp sopra il 3% e in prospettiva di ulteriore crescita, non sono un buon segnale per il nostro paese, sono la febbre che ci indebolisce.

Diverso il discorso per la Fed e i tassi sui Treasury Bond Usa - i titoli di stato americani - dove in presenza di un tasso di disoccupazione ai minimi storici, un’inflazione sui limiti del 2%, consumi sempre molto sostenuti, produttività intensa e un Pil che viaggia alla velocità di crociera prossima al 4% annualizzato, i tassi d’interesse dopo essere rimasti ancorati intorno allo 0 per molti anni, ora hanno cominciato un naturale percorso di crescita che ancora è distante dai livelli medi storici. Si chiama processo di “normalizzazione” da molti definito ancora fin troppo lento.


1) Byron Wien non un investitore qualunque ma un personaggio ultra celebrato. Nel 1998 viene nominato da First Call come l’analista più letto di Wall Street, nel 2000 è stato classificato come strategist numero uno da SmartMoney.com, nel 2006 il New York Magazine lo mette al sedicesimo posto tra le persone più influenti di Wall Street. Byron Wien è stato per molti anni il capo investimenti strategici negli USA per Morgan Stanley, oggi è il Vicepresidente del gruppo Private Wealth Solutions di Blackstone.

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