Basiglio, 8 giugno 2017

L'opinione di Mediolanum

Stato di equilibrio

Restringendo il campo alla sola Europa, anche se con differenti acronimi, gli strumenti di investimento di medio-lungo periodo che permettono ai risparmiatori di veicolare risorse alle piccolo e medie imprese nazionali sono un fenomeno già esplorato, conosciuto e collaudato. In Gran Bretagna, per esempio, gli ISA, Individual Savings Account, sono nati nel 1999 e hanno portato una raccolta di oltre 500 miliardi di Sterline. In Francia, i Plan d’Epargne Action, detti PEA, sono arrivati ancora prima, nel 1992 e hanno immesso nel sistema delle imprese francesi una liquidità di oltre 120 miliardi di euro.

Da quest’anno grazie alla Legge di Bilancio 2017, nel Decreto Legislativo 232 del 11/12/2016, anche i risparmiatori italiani hanno a disposizione i Piani Individuali di Risparmio, altrimenti detti PIR, pronti a fornire tutto il sostegno in direzione del settore che più ne necessità e che meglio saprà utilizzare questa risorsa: ovvero la piccola media impresa, patrimonio che l’Italia deve preservare e sviluppare.

I PIR, uno strumento per canalizzare il risparmio degli italiani nelle imprese italiane, hanno sulle spalle un compito oneroso di rilancio del Paese, ma anche la grande occasione per trasformare il nostro sistema da storicamente “bancocentrico” a economia di mercato.

Sostituire il canale bancario come unica fonte di finanziamento per le imprese è divenuta oggi una priorità, non solo per gli effetti che la crisi finanziaria degli ultimi anni ha avuto sull’economia, ma soprattutto per l’evoluzione normativa che nei prossimi anni non permetterà più alle banche la stesso potenziale di distribuzione del credito visto in passato. L’economia di mercato, il finanziamento alle imprese che arriva da canali differenti è l’evoluzione, è il futuro, e i PIR potrebbero diventare uno dei canali più consistenti.

L’unico limite, se così lo vogliamo definire, per beneficiare di questi canali di finanziamento è appunto far parte del mercato, attraverso le azioni con la quotazione sui mercati di borsa, o attraverso lo strumento obbligazionario con l’emissione di debito societario.

Un limite o piuttosto un’opportunità per il mercato italiano? Solo per fare un esempio, in Francia, in uno stato conosciuto più per le multinazionali che per la piccola impresa, la capitalizzazione della Borsa di Parigi è 4 volte superiore a quella di Milano.

Un’opportunità per il mercato e per le imprese che coinvolge anche i risparmiatori i quali possono diventare protagonisti della trasformazione, infatti questa è l’occasione di rendere produttivo quel denaro che altrimenti resterebbe investito a tasso negativo o a rendimento zero. Un investimento che ha più di un vantaggio: dare impulso alla piccola media impresa nazionale, ottenere il rendimento che potrà derivare dalle sue nuove condizioni di sviluppo e l’esenzione fiscale.

Praticamente niente tasse su capital gain, dividendi, successioni e donazioni. Ogni risparmiatore può destinare al PIR un importo annuo massimo di 30 mila euro e un totale complessivo di 150 mila euro di investimento totalmente defiscalizzato che può essere ovviamente mantenuto nel lungo termine e che deve essere mantenuto per almeno 5 anni per poter beneficiare dell’esenzione fiscale.

Nonostante la defiscalizzazione i PIR sono un’opportunità anche per lo Stato in quanto questa grande quantità di investimenti verso le aziende nazionali potrà rimettere in moto tutta la nostra macchina produttiva che si tradurrà in piani di sviluppo che genereranno maggiori assunzioni di personale e maestranze che produrranno una maggiore capacità di spesa e quindi maggiori consumi ed esportazioni, il tutto a favore di un aumento della base imponibile.

“Fate girare il denaro” si diceva una volta, e sembra che con l’avvento dei PIR i risparmiatori italiani siano tornati a dar retta a questa incitazione. Ferruccio de Bortoli su L’Economia, il settimanale economico del Corriere della Sera, del 29 Maggio scorso dice che il governo si attende per l’anno in corso che almeno 10 miliardi del risparmio familiare siano creati o dirottati attraverso i PIR al sostegno delle industrie e dell’occupazione. E che, secondo le stime di Assogestioni, già ad Aprile la raccolta avrebbe superato i 3 miliardi.

 

Mercati

Azionario

Mai come oggi si è visto un ecosistema azionario così ricco di opportunità e così fertile per il settore finanziario. Uno stato di equilibrio. Una ripresa lenta ma costante e inesorabile che limita un pur fisiologico rialzo dei tassi d’interesse, un’inflazione in crescita ma che non spaventa, allontanato il fantasma della deflazione, la paura di un surriscaldamento dei prezzi è lontanissima dalla realtà, in aggiunta una competizione di rendimenti tra mercato obbligazionario ancora vicino allo zero, e un mercato delle azioni che secondo le ultime rilevazioni, a livello europeo offre un rendimento superiore al 3%.

Mai dimenticare però che il settore azionario, per sua natura, è un investimento di rischio. Un rischio che possiamo mitigare con una corretta diversificazione. In questa prospettiva lo strumento dei fondi di investimento può trasformarsi in un’operazione di accumulo nel lungo termine, in termini di rendimento, di grande gratificazione.


Obbligazionario

“Considero folle chi investe ora in bond”, “restiamo molto prudenti sul reddito fisso, perché riteniamo che l’inflazione possa aumentare ulteriormente, e che BCE e Fed si sposteranno verso una politica monetaria ristrettiva”, nell’ordine le dichiarazioni di Warren Buffett e Sandra Crowl (Carmignac) fanno capire quale sia lo stato d’animo degli investitori nell’obbligazionario in questa fase particolarmente complicata per il settore.

Dichiarazioni tutto sommato miti, se confrontate con altri operatori che ipotizzano la fine di un ciclo durato più di 30 anni e che ha visto un costante aumento dei prezzi dei prodotti obbligazionari e conseguentemente una discesa dei tassi fino all’attuale appiattimento intorno allo zero.

Secondo gli ultimi studi di Bank of America il livello delle obbligazioni europee ad alto rendimento è sceso a 2,79%, un livello minimo storico, soprattutto se confrontato con il 26% di rendimento raggiunto al culmine della crisi del 2008.

Scenari ed allarmi che d’altro canto permettono di intravedere qualcosa di positivo, e cioè che ripresa economica e inflazione, nei dovuti modi, spingono ad un allocazione del risparmio orientata alla crescita e non più al contenimento.

I cicli economici lunghi, come quello delle obbligazioni durato più di 30 anni, hanno bisogno di una lunga fase “digestiva” prima di cambiare direzione, davanti a noi si apre una finestra temporale che può consentire il giusto travaso degli investimenti.

E’ vero, un portafoglio ben diversificato e bilanciato a seconda delle esigenze dell’investitore richiede una parte obbligazionaria, ma come fare per limitare i rischi in questo momento?

Occorrono da un lato il supporto di un professionista capace e dall’altro la disponibilità di strumenti capaci di diversificare scegliendo in un oceano di prodotti differenti che vanno dal rischio minimo con tasso rasente allo zero, come i titoli di stato tedeschi, a rendimenti ben più succulenti, si vedano i mercati emergenti e le obbligazioni societarie. Strumenti come i fondi, che, con un flusso cedolare continuo, riescano a permettere un accumulo di lungo termine capace di accompagnare la risalita dei rendimenti che l’attuale scenario sembra prefigurare per il nostro avvenire economico e finanziario.



"Non c'è spina senza rosa"

L’immagine di un poliziotto australiano che cucina un uovo in una pentola appoggiata sul cofano della propria auto ha fatto il giro del mondo creando simpatia e ilarità. Pensandoci bene, tuttavia, è un’immagine che riaccende le preoccupazioni sul problema di questi ultimi anni: il surriscaldamento climatico del nostro pianeta.

Il graduale e definitivo passaggio dalle energie fossili a quelle alternative, più favorevoli al nostro ecosistema, sembrava essere una soluzione accolta con il plauso e il favore di tutti, persino di Paesi in espansione come Cina e India che proprio in questi anni vedono concentrare i loro sforzi energetici e produttivi verso il massimo sviluppo e conseguentemente esplosione di gas inquinanti, se non fosse che Trump ha sparigliato le carte. Il presidente americano, se dovesse mantenere le promesse, si troverebbe costretto a riproporre come fonte energetica la riattivazione dei combustibili fossili, rinunciando agli accordi di Parigi.

Siamo di fronte a un pericolo?

I prezzi del petrolio in costante e storico ripiegamento sembrano segnalare il contrario. In altri momenti, una fase di ripresa economica in aggiunta alle turbolenze geopolitiche, avrebbe portato a un’impennata dei prezzi, evento oggi ben lontano dalla realtà. Molto spesso, allarmi di questo tipo si rivelano infondati, solo qualche anno fa molti scienziati preannunciavano il pericolo di “Peak oil”, ovvero il rischio di esaurimento del petrolio come fonte energetica. Oggi invece ci troviamo in sovrabbondanza di oro nero.

Un altro segnale che il mondo dell’energia si dirige verso altre fonti lo da l’annuncio della nostrana Falck Renewables, la ex storica Falck acciaieria oggi convertita al sole e al vento, che tramite il suo AD Volpe si dichiara pronta a nuovi investimenti sul solare in USA.

Alla domanda rivolta dal quotidiano La Stampa (1) “non vi preoccupa la politica pro fonti fossili di Trump?” La sua risposta è stata: “lo sviluppo delle rinnovabili in America è sempre stato scollegato dalle politiche sulle emissioni ed è sempre stato incentivato dagli Stati e dal Congresso, che non cambieranno idea”.



(1) La Stampa, 13 Febbraio 2017, “Falck Renewables punta su vento e sole con acquisizioni in Europa” di Francesco Spini.

AVVERTENZA LEGALE: questo è un foglio di informazione aziendale con finalità promozionali che riflette le analisi, effettuate da Banca Mediolanum, sulla base dell’attuale andamento dei mercati finanziari il cui contenuto non rappresenta una forma di consulenza nè un suggerimento per gli investimenti.
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