Basiglio, 7 novembre 2019

L'opinione di Mediolanum

Imparare dalla storia

Si racconta che la mattina di giovedì 24 ottobre 1929, Jesse Livermore, non un operatore qualunque ma una leggenda di quell’epoca, entrò di gran carriera a Wall Street e con piglio deciso e gesti coreografici cominciò a vendere cercando di farsi notare. In quegli anni la borsa era ancora dominata dall’essere umano, guidavano le contrattazioni “alle grida”, e Livermore era considerato una specie di guida. Così, il suo atteggiamento fu preso dagli altri operatori come modello da emulare il ché diede il via a un effetto domino di vendite che scatenò il panico generale. Dai massimi raggiunti, a quota 350 punti circa,Wall Street iniziò una caduta fino a 200 punti, un -40% realizzato in poche sedute.

Dunque, quel giovedì 24 ottobre, che verrà ricordato come il “giovedì nero”,è la data di inizio della fine della crescita dei “ruggenti anni ‘20”. Le cronache dell’epoca raccontano che quell’effetto domino in realtà partì da Londra, perché in quel momento era l’Inghilterra il centro del mondo. Il tonfo del London Stock Exchange contagiò immediatamente Wall Street che aprì con un ribasso dell’11%. Si narra che in quelle concitate ore di panico, un gruppo di banchieri, tra cui i capi di Morgan Bank e Chase National Bank, nel tentativo di fermare l’emorragia si accordarono per un’immediata iniezione di capitali che sostenesse Wall Street. Un palliativo che durò lo spazio di un weekend: il martedì successivo la pesante ondata di vendite era già ripresa con un movimento al ribasso ancor più forte e capace di spazzare via dal mercato molti protagonisti, oltre che i risparmi di gran parte della popolazione.

Il crollo di borsa portò il mondo verso la “grande depressione”. Niente più delle cifre possono far capire di cosa stiamo parlando: 15 milioni di posti di lavoro persi, un tasso di disoccupazione che toccò il 30%, la produzione industriale in pochi anni cadde di quasi il 40%, e dato ancor più sconcertante, a pochi anni dalla crisi quasi la metà delle banche americane dell’epoca erano fallite. Per questi motivi e per queste cifre, quell’epoca, anche a distanza di 90 anni è ancora oggi indimenticabile, anche per chi non l’ha vissuta.

Ma quali furono le cause che esacerbarono e causarono il protrarsi della crisi?

Gli anni ’20 erano “gli anni ruggenti”, un glorioso periodo di espansione economica, finanziaria, sociale, culturale, che fece fiorire le industrie della moda, del cinema e del benessere. Furono la culla del “consumismo” inteso come fenomeno di massa. Un fenomeno che sembrava inarrestabile nella sua corsa trainata da nuove scoperte, nuove invenzioni e nuovi motori di crescita. Simbolo di quell’epoca industriale è l’automobile, e in particolare il marchio Ford. Grazie alla visione di Henry Ford, viene brevettato e realizzato il Model T Ford, l’auto che tutti potevano permettersi di acquistare.

Dimostrazione di un benessere diffuso che spalmava i suoi consumi, oltre che nell’acquisto dell’auto, in viaggi, vacanze e divertimento. Vi fu una rapida crescita del settore media, giornali, riviste e soprattutto la radio, un mezzo eccezionale che riesce a mettere in comunicazione il mondo. È l’epoca del sensazionalismo mediatico e dei primi esperimenti di comunicazione di massa, da questo punto di vista molto simile alla nostra contemporaneità da quando internet entrando nella nostra quotidianità ha ancor di più potenziato la diffusione di ogni tipo di informazione e notizia. Ed è proprio la radio ad esasperare il panico che si scatenerà, perché attraverso di essa la notizia ha corso più velocemente, arrivando col suo colpo a caldo. Ma sia ben chiaro, la colpa non è del mezzo, è sempre delle nostre eccessive reazioni emotive. Come ogni periodo di crescita, progresso e benessere, anche gli anni ’20 portavano con sé gli eccessi e i comportamenti poco virtuosi. Uno di questi, in tema finanziario, fu l’uso sovrabbondante della leva, atteggiamento che abbiamo rivisto anche negli ultimi anni, il cui abuso ha portato sempre a delle crisi. In particolare, nella parte finale degli anni ’20 dove era abitudine operare in borsa, luogo in cui molte persone dell’epoca crearono le proprie ricchezze, ci fu per così dire un eccesso di investimenti. Un comportamento che fu incentivato anche da un’agevolazione a richiedere credito. Quando la Fed si accorse di questi eccessi di liquidità in circolazione, per frenare gli entusiasmi e perseguire le cattive abitudini, annunciò una politica di tassi al rialzo. Ma per capire qual era l’atmosfera di quel periodo, è importante sapere come reagirono i privati, in questo caso le banche, che all’annuncio della Fed risposero con atteggiamento ostinatamente espansivo. Su tutti la National City Bank che dichiarò: “sentiamo di avere l’obbligo, superiore a ogni ammonimento della Federal Reserve o di chiunque altro, di evitare ogni crisi pericolosa nel mercato monetario”. Una risposta che ricorda molto le recenti uscite di Ray Dalio (a capo di Bridgewater, il più grande fondo hedge al mondo) quando ammonì la Fed di evitare, con il rialzo precipitoso dei tassi, una ripetizione degli anni ’30. È giusto frenare gli eccessi, in questo caso con il rialzo dei tassi, ma è altrettanto appropriato farlo nei tempi giusti, e cioè con moderazione. Perché furono proprio i tassi alzati precipitosamente una delle cause scatenanti la crisi e la successiva “grande depressione”, a cui si aggiunse la sconfitta della globalizzazione, la chiusura dei confini e la mancanza di fiducia, che misero il mondo nelle mani di regimi autoritari. Il resto è storia, e nel caso della borsa, responsabilità di reazioni e decisioni di pancia, cioè troppo precipitose.

Oggi, 90 anni dopo, viviamo un’altra situazione anomala, quella di un mondo a tassi negativi e di abbondante liquidità, un contesto finanziario che potrebbe indurre a dubitare che le catastrofi si possano ripetere. Fortunatamente, quella dei tassi negativi, è un’anomalia confinata solo in alcune aree geografiche del Pianeta, in particolare in Europa e Giappone, il motivo è che questi Paesi, per evitare che dopo la crisi del 2008 si creasse un altro clima da anni ’30, non potendo usare la politica fiscale, l’Europa in particolare, si trovarono costretti a esasperare quella monetaria. Altre nazioni, in particolare gli Stati Uniti, grazie all’uso di entrambe le medicine, fiscale e monetaria, sono riuscite a creare una terapia che ha permesso all’economia di guarire, tanto da arrivare oggi a un tasso di disoccupazione ai minimi storici. Ma l’uso di queste particolari terapie deve essere moderato, come deve essere moderato e cauto anche il ritorno all’attività per così dire “normale”. Quindi, niente aumenti precipitosi dei tassi, ma come da comportamento Fed, piccole accelerate inframezzate da qualche frenata.

Scommessa vinta per Ben Bernanke, il banchiere centrale che sconfisse il “pericolo 1929” che già nel 2009, in un’intervista televisiva al canale Cbs dichiarò quanto fosse importante la tenuta del settore bancario per l’intero sistema economico, introducendo la novità dell’intervento statale a sostegno del sistema, un comportamento che in quegli anni fu definito un’intromissione, e che invece a distanza di anni si dimostrò salvifico e saggio. “Il caso Lehman –disse Bernanke- ha dimostrato che non è possibile lasciar fallire un’istituzione finanziaria di rilievo nel mezzo di una crisi”.

I mercati riuscirono a recuperare la caduta del ’29, certo ci sono voluti ben 15 anni, ma c’era anche una guerra mondiale di mezzo. E così anche il ribasso del 2008, che molti accomunano a quello del 1929 ma che fu di percentuali superiori: si arrivò a una perdita anche del 50%. Infatti, oggi, 11 anni dopo, non solo è già stato tutto recuperato, ma siamo addirittura, nel caso di Wall Street, a livelli che corrispondono al doppio dei massimi raggiunti prima della grande crisi. Un particolare che dimostra quanto siano eccezionali, almeno per l’economia, i tempi che stiamo vivendo, più eccezionali di quanto possiamo immaginare.

Un’esperienza da ricordare a distanza di 90 anni affinché i governatori di oggi non commettano più gli errori che hanno portato a vivere quella crisi e quei momenti inquietanti. Non ripetere gli errori è un altro segno di progresso, una regola che dovrebbero seguire anche i singoli risparmiatori.


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