Basiglio, 7 giugno 2018

L'opinione di Mediolanum

I container viaggiano per il mondo

Immaginate il Mondo come l’enorme giardino di un ristorante all’aperto rischiarato da una giornata di sole radioso. Sotto uno spettacolare cielo blu fanno mostra di sè tanti tavoli ben apparecchiati e imbanditi, uno per ciascun Paese, ciascuno con la propria bandiera. Tutti i commensali sono pronti a banchettare, molti sorrisi, molte strette di mano e in sottofondo il frinire delle cicale. All’improvviso, proprio sul tavolo dell’Italia si abbatte il classico scroscio di pioggia gelata.

Possibile che il copione preveda che anche questa volta il Paese si giochi la ripresa?

Gli elementi ci sono tutti: lo spread sale, la situazione delle banche spaventa, Piazza Affari crolla, le società di rating mordono, l’Europa si lancia in battute fuori luogo, la stampa estera ci dileggia, non manca nulla, forse solo un titolo strillato tipo il “fate presto” della volta scorsa, e l’emergenza da ipotizzata potrebbe diventare reale.

Fortunatamente queste sono solo le preoccupazioni di un momento. Dettate dall’ansia derivante dai mercati che sappiamo bene quanto siano capaci di cambiare umore repentinamente. La realtà, che è ben più concreta e solida, dice tutta un’altra cosa e cioè ci dice che i container nel mondo viaggiano, l’economia è vivace e viva come non mai nella storia.

Siamo in una fase di ripresa consolidata. Anzi di più, siamo in piena espansione. Usando la metafora metereologica si potrebbe dire che l’economia vive un’estate calda, asciutta e ben ventilata, e con temperature gradevoli. Un tempo, per indicare l’arrivo della bella stagione stabile e senza la fastidiosa umidità, si usava dire “è arrivato l’anticiclone delle Azzorre.” Oggi l’economia mondiale è protetta dall’anticiclone delle Azzorre.

Si corre, in tutto il pianeta. I numeri lo testimoniano: la disoccupazione è in costante decremento, negli Stati Uniti addirittura sta riagguantando i livelli record degli anni novanta, livelli fisiologicamente incomprimibili. L’export e l’interscambio mondiale è attivissimo, tutti i settori dai servizi al manifatturiero sono robusti e in accelerazione e tutto questo accade con tassi d’interesse ancora a livello zero o poco sopra, se non addirittura ancora in zone come il Giappone e l’Europa (Italia compresa) dove è ancora in vigore il QE, cioè l’espansione monetaria. In pratica, stiamo correndo senza venti contrari, anzi grazie alla politica monetaria ancora favorevole, corriamo con il vento in poppa.

In altri momenti della storia i tassi d’interesse sarebbero stati su livelli ben superiori, anche al 5%, in modo da dare un po’ di vento contrario che frenasse la velocità. Oggi non è così, lo si vede nella macroeconomia che abbiamo descritto, ed è ancor più evidente nella microeconomia, cioè nell’attività delle imprese che dopo un anno record come il 2017, sono pronte a vivere un 2018 viaggiando a pieno ritmo.

Lo testimoniano i fatturati. E non solo. Qualcuno potrebbe obiettare che il fatturato è una proiezione fatta dallo specchietto retrovisore, perché anche se dal dato emerge uno stato di ottima salute, esso riguarda appunto il passato. Dunque quello che ci fa essere ottimisti sul futuro è l’indicatore degli ordinativi che già nel primo trimestre fanno il tutto esaurito. Le aziende lavorano a pieno ritmo e sono pronte a superare la crescita del 2017, un anno, lo vogliamo ribadire, che nei numeri ha battuto ogni record.

Davvero vogliamo perdere quest’occasione di prosperità per il dibattito sull’uscita dall’Euro?

Le illazioni sul tema Euro, concentrate particolarmente in riferimento all’Italia, paese che vive il delicato momento post elettorale, rischiano di minare la fiducia. Anche se invisibile e impalpabile, la fiducia è l’architrave più importante, capace di sostenere l’intero sistema economico, di produzione, di scambio e di investimento.

La paura è un’emozione primaria capace di trasformare semplici illazioni in convincimenti. Il Galimberti (noto dizionario di psicologia) la definisce così: “Emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia. La paura è spesso accompagnata da una reazione organica, di cui è responsabile il sistema nervoso autonomo, che prepara l’organismo alla situazione d’emergenza, disponendolo, anche se in modo non specifico, all’apprestamento delle difese che si traducono solitamente in atteggiamenti di lotta e fuga”.

Il paragone tra il nostro Paese e la Grecia è un’illazione. Le domande recentemente diffuse dai media circa la possibilità che l’Italia abbia la stessa sorte della Grecia, o che corra il rischio di uscire dalla moneta unica, sono legittime, perché è legittimo soprattutto per la stampa, interrogarsi, ma poco realistiche. Il paragone con la Grecia è sbagliato nel principio, non fosse altro che per la sola dimensione del nostro Paese, logistica ed economica.  Siamo la seconda manifattura del continente. Siamo ancora tra i primi 10 Paesi industrialmente più importanti al mondo e siamo lo Stato che in tema finanziario possiede in grande abbondanza la materia prima per lo sviluppo: il risparmio.

Facciamo gola a tutti, ci invidiano per la nostra bellezza, per i nostri talenti, per i nostri prodotti e per il territorio. La Germania, per esempio, dipende molto dal nostro interscambio. Possibile che questo quadro renda credibile il paragone con la crisi greca del passato? Inoltre, riferendosi sempre alla crisi greca del 2015 in particolare al referendum che poteva anticipare una procedura di uscita dall’Euro, ci sono due punti fondamentali da sottolineare: il primo che nonostante la crisi del paese ellenico, i greci votarono in maggioranza per il NO all’uscita, e il secondo che la Grecia era uno stato e un’economia in pesante crisi economica.

L’Italia oggi non lo è, e questo non è un particolare di poco conto.

I dati sull’economia italiana sono elencati in tutti i quotidiani nazionali, anche su quelli più critici. Una sequenza di positività che comincia proprio dal tema più dibattuto e delicato, il debito pubblico che per la prima volta, in un decennio, comincia a scendere, per continuare con la spesa corrente che è stata tagliata, e il surplus di bilancio che prima del pagamento degli interessi resta tra i più alti d’Europa.

Queste sono le voci relative ai risparmi e ai tagli, ovvero ai sacrifici che hanno permesso all’Italia di mettersi a dieta e risultare più in forma. Poi ci sono le altre voci, quelle che si riferiscono all’espansione. Su queste non c’è che l’imbarazzo della scelta: un surplus nel 2017 di 47 miliardi di Euro, nei prodotti industriali e agricoli l’avanzo è stato di ben 56 miliardi, un export in costante accelerazione tanto da aver superato quello tedesco, un made in Italy che per la prima volta ha venduto fuori dall’Europa più del made in France.

Continuando di questo passo l’Italia, da debitore è in grado di diventare un creditore netto nei confronti dell’economia internazionale. In parole semplici, sarà più quello che il mondo dovrà dare all’Italia che quel che l’Italia dovrà dare al resto del mondo.

Certo i problemi cronici rimangono sul tavolo ma la crisi è tutt’altra cosa, e di fronte a questa positività, espressa e potenziale, stupisce quanto sta succedendo ora.

Un’economia mondiale che traina l’Europa e al tempo stesso l’Italia che contribuisce come protagonista alla coralità della crescita. Espansione mondiale che in termini di allocazione del risparmio in diversificazione degli investimenti, la più ampia possibile. Perché se è vero che per l’economia anche quest’anno si chiuderà con il segno più, un robusto segno più, stimabile intorno al 4%, questo non vuol dire che tutte le economie correranno con la stessa velocità e che tutte avranno il segno più. Ovviamente ci sarà chi sarà più forte, chi meno e forse anche chi sarà debole.

Diversificare vuol dire non solo mettere al sicuro gli investimenti da improvvisi quanto temporanei acquazzoni come quello che sta cadendo sull’Italia, ma significa anche riuscire a cogliere appieno la corale espansione dell’attuale ciclo economico mondiale senza correre rischi.

Perché essere così ottimisti e fiduciosi sul progresso e sull’economia? E perché no?

Warren Buffett in un recente intervento che i media hanno sintetizzato come “Warren Buffett è ottimista sulla crescita degli standard di vita americani” (1), il grande investitore si è pronunciato con grande decisione sull’economia USA che a suo dire, continuerà a beneficiare di un costante scatenamento del potenziale umano.

"Sono un ottimista, un ottimista molto realistico. Credo che gli standard di vita in tutto il mondo continueranno a migliorare molto nel futuro, come hanno fatto in America da quando i nostri antenati hanno scoperto la salsa segreta del Paese." Un ottimismo che si rafforza ogni qualvolta Buffett incontra gli studenti universitari, perché è convinto che nonostante le difficoltà che incontriamo, i loro nipoti vivranno in un mondo molto più ricco di quello che abbiamo oggi.

La crescita è davanti a noi.


1) Fonte: https://www.marketwatch.com/

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