Basiglio, 7 febbraio 2019

L'opinione di Mediolanum

Powell put

Nata nell’ormai lontano 2009, dopo una galoppata vertiginosa che l’ha portata il 17 dicembre 2017 alla valutazione record di 19.535,40 dollari per Bitcoin, la madre di tutte le valute digitali, sul finire di gennaio ha perso il 74% del suo valore. Secondo gli esperti, il crollo, oltre a riguardare anche tutte le sorelle del Bitcoin, si spiega con la perdita d’interesse degli speculatori in ragione del calo dei volumi di scambio che caratterizzano questo mercato. Insomma, il classico circolo vizioso indotto dalla difficoltà intrinseca nel determinare il valore nominale “reale” di questa moneta, valore che è originato - è il caso di ricordarlo – dalla remunerazione del lavoro dei “minatori” che presiedono alla creazione della moneta stessa.

Pur essendo virtuale, il Bitcoin nasce dall’energia impiegata dai computer che “scavano” i blocchi di informazioni da cui si ricavano queste monete virtuali: 12,5 Bitcoin ogni dieci minuti. Tuttavia, dal mese di ottobre, la produttività del sistema è in costante declino dovuto dall’esodo dei minatori. Alcuni ritengono che forse questo potrebbe segnare la morte della criptovaluta più famosa, altri, qualche voce fuori dal coro, ricordano che l’innovazione digitale non ha mai avuto inizi facili, citando al riguardo le perdite che Amazon, pioniere dell’e-commerce, registrò prima di arrivare al profitto. Il Bitcoin è un bene controverso e ambizioso: per alcuni è addirittura un potenziale candidato a sostituire l’oro come bene rifugio, in tal caso il suo valore andrebbe alle stelle.

Non possiamo sapere se questo succederà. L’unico modo che abbiamo per capire è affidarci alla storia.  In passato ogni movimento speculare a quanto accaduto recentemente al Bitcoin, ha seguito fedelmente lo stesso copione: all’inizio la novità viene acquistata da pochi sino a che il prezzo cresce e diventa un investimento di massa irresistibile, comprato da tutti. Una volta raggiunte quotazioni irrealistiche la bolla scoppia. Ed è proprio in quel momento, da quella deflagrazione, che la novità da mero fenomeno finanziario che era, silenziosamente diventa un fenomeno reale, con una crescita che ritorna anche sui mercati finanziari, più lenta, ma più regolare e che da quel momento in poi non premierà più solo le promesse, ma solo il merito, cioè il raggiungimento dei profitti.

È stato così nel 1840 con il boom delle ferrovie, nel 1920 con la nascita delle automobili e della radio, nel 1950 con l’invenzione dei transistor, e nel 1980 con la diffusione di massa degli “home computer” e la scoperta delle biotecnologie e ultimo nel 2000 con l’invenzione di internet. Con lo scoppio della “bolla internet” e della successiva caduta del Nasdaq, molti titoli che si pensava avessero un radioso futuro, fallirono, ma oggi, a distanza di solo qualche anno, il Nasdaq, pur rivoluzionato nel suo paniere, è uno dei principali indici di borsa al mondo. La perfetta dimostrazione che negli investimenti, la diversificazione è la risposta.

 

Mercati

Azionario

“Sarebbe molto sorprendente vedere il mercato stabilizzarsi dopo questa discesa, e poi riprendere quota… nemmeno eventuali rimbalzi dovrebbero generare troppe illusioni”. A fare queste affermazioni non è un operatore qualunque, ma Alan Greenspan, 92 anni, 18 dei quali passati a capo della Federal Reserve, che in un’intervista rilasciata il 18 dicembre scorso a CNBC ammonisce la platea degli investitori dall’illudersi che dopo il profondo ribasso di dicembre la borsa possa riprendere la via del rialzo di questo ciclo rialzista che sarebbe pronto a festeggiare il decimo anno di vita.

Il 2018 è stato un anno avaro per tutte le categorie di investimento, ha chiuso con un bilancio sotto zero, e come se non bastasse, con un mese di dicembre tutt’altro che a lieto fine, essendo stato forse il peggiore della storia.

Erano 10 anni che non si vedeva una fine d’anno così difficile, nemmeno nell’anno della Brexit. E prima del 2008 si fa fatica a ricordare una fine d’anno così ostile. Bisogna infatti risalire al 2000 dopo lo sboom della “bolla internet” con l’incertezza sull’esito elettorale tra George W. Bush e Al Gore, e al 2001 con lo scoppio della crisi Argentina e dello scandalo Enron.

Fasi di crisi che Alan Greenspan conosce molto bene avendole vissute e combattute in prima persona essendo in quel periodo a capo della Fed. E che ha sconfitto usando lo strumento dei tassi d’interesse con abilità: alzandoli nei momenti di eccessiva esuberanza di economia e mercati, abbassandoli quando il mondo necessitava di ossigeno e di una spinta per il rilancio. Vittorie che Greenspan ha ottenuto con i fatti e non con le parole, parlava pochissimo, non a caso lo chiamavano “la sfinge”.  Ciò a cui teneva di più era l’espansione, come è nel DNA della Fed la cui missione, a differenza di quella della Bce, è duplice puntando sia al contenimento dei prezzi al consumo sia anche al sostentamento della crescita.

Proprio sotto la guida di Alan Greenspan, l’economia USA ha vissuto uno dei più grandi periodi espansivi, qualcuno arriva a sostenere che nell’anno 2000 l’America abbia visto il periodo di massimo splendore. Così anche la Borsa, poiché anche grazie alla sua generosa politica monetaria, che Wall Street ha vissuto uno dei periodi che più hanno fatto sognare gli investitori di tutto il mondo poi culminato con la bolla internet.

Certo un rialzo non privo di sofferenze: la crisi delle “tigri asiatiche”, il crollo del WTC, la crisi del Messico, quella del Rublo, il rischio impeachment di Clinton e su tutti, il grande crollo del 1987, quando Greenspan era fresco di nomina. Un battesimo del fuoco. Ma proprio in quelle occasioni si consolidò la leggenda della “Greenspan Put”.

Ma qual è il significato dell’espressione “Greenspan put”? Secondo gli operatori finanziari che ne hanno immaginato l’esistenza, metaforicamente è come una rete di protezione posizionata sotto Wall Street, stesa tutte le volte che subisce cali troppo pesanti, giusto in tempo prima che la situazione diventi irrimediabilmente ingestibile. Fuor di metafora, la “Greenspan put” equivale all’espansione monetaria, l’odierno Quantitative Easing. Anni fa era l’uso dei tassi d’interesse che venivano tagliati tutte le volte che i mercati avevano un calo di zuccheri: un massiccio taglio dei tassi o semplicemente un messaggio positivo. A Greenspan era sufficiente il verbo per avere subito un esito positivo sulle quotazioni.

Che la “Greenspan put” sia esistita veramente nessuno lo può dimostrare, quello che a noi interessa sapere è che gli effetti si sono visti e sono sempre stati di impressionante efficacia positiva. Effetti che tutt’ora sopravvivono al passare del tempo. Alla Fed possono cambiare gli inquilini ma il risultato è sempre lo stesso: l’obiettivo principale è la crescita e l’espansione. Nessuno ha interesse che Wall Street crolli senza mai più recuperare. È proprio questo il percorso che sta seguendo Jerome Powell, il presidente nominato da Trump, il quale nonostante le numerose critiche piovute anche da parte del suo “mentore”, continua nel suo percorso di gestione nel rispetto della tradizione: sempre favorevole all’espansione. Se poi questa diventa eccessiva e scalpita, tira le redini frenandola con l’aumento dei tassi d’interesse. Se invece è stanca la rifocilla promettendo una possibile sospensione degli aumenti dei tassi.

Questo è quanto accaduto negli ultimi mesi, e poco importa che il ribasso sia avvenuto in dicembre, mese statisticamente favorevole ai rialzi, ciò che conta comprendere è il metodo. È l’uso dei tassi per frenare la troppa esuberanza, e, nel verso opposto, per contrastare i sintomi depressivi.

Per quanto stupiscano i giudizi dati da Greenspan a commento dell’attuale situazione di mercato, visto che lui per primo conosce i “trucchi del mestiere” e sa come gestire la “sala macchine”, ci lasciano intuire quanto saranno importanti i prossimi movimenti sulle borse, dove l’euforia non ci dovrà dare alla testa e le eventuali situazioni difficili, farcela perdere, poiché la Fed è dalla nostra parte. Dunque, se è vero che l’investimento azionario è per sua natura l’investimento più rischioso, quando la Fed come in questo caso è dalla parte dell’investitore, diventa l’investimento con le maggiori opportunità di rendimento. Magari un giorno, quest’epoca sarà ricordata come quella della “Powell put”.

Obbligazionario

“Pazienza, pazienza, pazienza” ha detto Powell. Ci ha tenuto a ripeterlo per ben tre volte, e a scandirlo in modo che il messaggio fosse chiaro a tutti. Lo ha fatto nell’ultima conferenza stampa della Fed che è stata una sorta di atto riparatorio dopo la riunione di metà dicembre dove, all’azione “forzata” di aumento dei tassi d’interesse è seguita una reazione di disapprovazione da parte di Wall Street seguita a ruota da tutte le borse del mondo.

Il clima negativo già presente da molte settimane esacerbato dalla prova di forza in atto tra Fed e Casa Bianca. Un braccio di ferro cominciato proprio nell’ultimo mese del 2018 quando Trump ha rischiato di mettere in discussione lo stato d’indipendenza della Fed che ha costretto Powell, e l’istituzione da lui presieduta, a questa “forzatura” dell’aumento dei tassi.

Ai mercati l’incertezza non piace. Non amano vedere che la Fed venga messa in discussione privandola di credibilità e non amano nemmeno queste intromissioni della politica. Ora che tutto è più calmo, e che le diverse autorità sono rientrate nei propri ranghi, i mercati ringraziano. L’incertezza che permane è nello stato dell’economia, una situazione che Powell ha colto perfettamente.

Le autorità mondiali, dall’FMI alle élite di Davos, sino a quelle nazionali, temono l’arrivo di un rallentamento economico, o peggio, della recessione. La pazienza auspicata da Powell è d’obbligo.

Lo scrivono anche gli analisti di Bank of America che nell’ultimo report indicano come grande incognita l’intensità del rallentamento economico degli Usa, e danno un consiglio di massima agli investitori: essere pazienti.

E come si potrebbe fare diversamente? Con la locomotiva tedesca, il grande motore dell’Europa, che in più di un indicatore lascia trapelare il rischio di frenata. Con la Cina i cui dati, sempre invidiabili se confrontati ai nostri, ma molto in frenata rispetto alla velocità di crociera degli anni precedenti, e con l’incognita dei dazi ancora da risolvere. È pensabile che il percorso di aumento dei tassi d’interesse possa procedere con totale indifferenza?

Un indizio ce lo fornisce Mario Draghi, che scongiurando l’ipotesi peggiore della recessione, ha voluto ribadire che in caso di necessità, la cassetta degli attrezzi è sempre pronta all’uso.

NOTA DI REDAZIONE : gli argomenti, le immagini e i grafici sono frutto di elaborazione interna. Messaggio pubblicitario con finalità promozionale. Le informazioni riportate non devono essere intese come una raccomandazione, diretta o indiretta, o un invito a compiere una particolare operazione. Per verificare le soluzioni più adatte alle tue esigenze e adeguate al tuo profilo di investitore rivolgiti sempre al tuo Family Banker.
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