Basiglio, 6 febbraio 2020

L'opinione di Mediolanum

Esistono davvero decenni perduti?

“C’era euforia nell’aria, e i giapponesi erano convinti di essere sul punto di impadronirsi del mondo; parole come <<un miliardo di dollari>> e <<dieci miliardi di dollari>> riempivano la bocca della gente, e la crescita degli investimenti giapponesi in proprietà immobiliari statunitensi sembrava non avere limiti”, a rileggerlo sostituendo i soggetti, può sembrare il racconto dell’attuale avanzata cinese. Invece, questo breve testo raccolto dal libro “la bellezza del Giappone segreto”, narra della fu potenza giapponese, il Paese che tra la fine degli anni settanta e la fine degli ottanta, ha fatto tremare il mondo, e soprattutto ha messo in discussione la potenza economica degli Stati Uniti. C’è stato un momento, come racconta bene questo libro, in cui il Giappone era sul punto di diventare padrone del mondo, detto in termini più reali e concreti, era vicino a diventare la prima potenza economica.

Poi, improvvisamente qualcosa scricchiola, gli investitori si accorgono di aver esagerato, che tutto è sovradimensionato, che i mercati hanno corso troppo… è il classico effetto bolla e quando la bolla si gonfia troppo prima o poi scoppia.

Per comprendere le dimensioni del fenomeno, è necessario salire sulla macchina di “ritorno al futuro” e fare un viaggio veloce per ricordare in che mondo eravamo e quale era il pensiero dominante del Giappone anni ottanta.

“Crescita” era la parola dominante, non solo, era l’unico credo, nel vocabolario economico giapponese non esistevano i “contrari”, ed i “sinonimi” erano limitati a pochi altri termini come per esempio “avanzare”, non c’era nemmeno una diversificazione dei concetti, come per esempio “sviluppare”, esisteva solo il senso unico, guardare verso l’alto e salire il più possibile.

Alla Sumitomo Trust, una delle più importanti istituzioni finanziarie di quel momento il motto era: “questo è il Giappone, i prezzi dei suoli e delle azioni vanno solo verso l’alto”.

Un pensiero molto diffuso negli anni ottanta, anche se non estremizzato come nella terra dei ciliegi in fiore. Le borse crescono molto, il merito è del “pensiero reganiano”: fare business, in qualunque modo, anche a debito (leva finanziaria) tanto, come diceva appunto il presidente Usa “il debito è abbastanza grande da badare a se stesso”. Non esiste ancora la globalizzazione, l’Italia è la sesta potenza del mondo, perché c’è una parte del mondo che ancora dorme, mentre l’Occidente cresce. L'unica fetta di Oriente che concorre con il resto del mondo è proprio il Giappone. Negli anni ottanta si intravedono i primi barlumi della tecnologia che conosciamo oggi, ed è proprio grazie anche all’intelligenza e alla precisione dei giapponesi che i primi congegni tecnologici vivono una prima diffusione di massa.

Come abbia fatto un Paese da sempre povero di materie prime, uscito dalla seconda guerra mondiale in condizioni disastrose, a diventare potenza mondiale vivendo un vero e proprio miracolo economico, si può spiegare solo con tre caratteristiche principali di questo popolo: la mentalità abituata alla disciplina e allo spirito di gruppo, un elevato livello di industrializzazione e di preparazione tecnica, che sono doti naturali di questo paese, e infine la stabilità politica, un sistema bipartitico che almeno per un quarantennio ha mantenuto al governo il partito liberaldemocratico. E poi, particolare da non trascurare, un’efficiente e intensa attività produttiva, che ha permesso al Giappone, povero di materie prime, di superare la grave crisi petrolifera del 1973/74, periodo in cui il paese viene messo al tappeto, ma trova subito energie e risorse per risollevarsi e continuare l’ascesa di questo miracolo economico. Negli anni ’80 il Pil giapponese supera quello del gigante Unione Sovietica, la sua industria conquista i mercati di tutto il mondo, e la potenza finanziaria comincia a insidiare e preoccupare gli Stati Uniti. L’indice di borsa Nikkei nel 1989 raggiunge la quota record di 40.000 punti, un’ascesa che dal punto di vista economico e sociale ha una crescita regolare e continua, quando invece il metro di misura diventa la finanza, la crescita diventa a leva, impetuosa e inarrestabile. All’apparenza, perché la borsa, sia nei momenti di panico che di euforia, tende per brevi periodi a perdere il contatto con la realtà, esagerando, e quando gli investitori si svegliano dall’incantesimo, di solito la reazione di ritorno alla realtà è brusca. Ed è quello che succede anche al Giappone dove improvvisamente, nel Gennaio 1990 tutto si ferma e cade nel vuoto. La rappresentazione di questa scena è nell’iconoclastia dell’indice Nikkei che dopo essersi quadruplicato in 5 anni, si dimezza nel solo 1990, quando si dice che la borsa sale con le scale e scende con l’ascensore. Ciò che incuriosisce è la reazione che l’intero paese, cittadini e media, hanno nei confronti di questa scoppola. Uniti come sempre, disciplinati e composti, non chiedono aiuto. Ed è forse per queste reazioni composte, per il non ricorrere ad interventi urgenti o misure straordinarie, che il paese pagherà negli anni successivi un caro prezzo.

Per molti anni non vedrà crescita economica, e non rivedrà più, almeno fino a oggi, gli anni di splendore, cadendo invece nella spirale deflazionistica che porterà torpore e un certo stato di depressione in tutto il paese. Questo però succede solo in Giappone, perché negli anni novanta, il resto del mondo abbraccerà una delle più grandi fasi di espansione industriale e di innovazione, al centro del mondo si staglierà la Silicon Valley con l’invenzione del web e tutto quello che gravita intorno, in Europa nasce l’Euro permettendo al continente di diventare una potenza economica che può concorrere con gli Usa.

A tutto questo il Giappone non ha partecipato, limitandosi a vivere da spettatore in una specie di stato comatoso, è la procedura clinica che solitamente deve seguire il paziente malato, specie se è reduce dallo scoppio di una bolla. La bolla, qualunque sia la dimensione, è paragonabile a un’enorme indigestione, a cui segue una lavanda gastrica, una lunga degenza e una dieta ferrea. Gli anni novanta per il Giappone saranno ricordati come il “decennio perduto”.

Qualcosa di simile, su scala maggiore, perché ha coinvolto l’intero pianeta, l’abbiamo visto e vissuto nel 2008, quando l’impetuosa crescita economica degli anni novanta, e l’irruenza finanziaria dei primi anni 2000, sono convogliati in un’esagerazione che prima o poi, come nelle leggi della natura, doveva trovare un ridimensionamento. Purtroppo, quando si tratta di mercati, nel breve periodo, non ci sono mai mezze misure. Da Sidney a Berlino, da Londra a Shanghai, da New York a Milano, il sistema si è improvvisamente accartocciato su se stesso, tutta la carta finanziaria creata nel primo decennio duemila è andata in fumo. I protagonisti, sia per il Giappone degli ’80, sia per il mondo del 2008 erano gli stessi: eccessi immobiliari, eccessi bancari, eccesso di indebitamento e impennata delle borse. Ma mentre lo scoppio della bolla giapponese riguardò “solo” la Sumitomo Trust e tutte le aziende giapponesi coinvolte, e poco altro nel mondo, nel 2008, complice la globalizzazione, il contagio è stato totalizzante.

A inizio 2009, i commentatori, gli economisti, e gli investitori, sconvolti dal panorama spettrale che li circondava, incominciarono a prefigurare una nuova depressione, un altro 1929. Fortunatamente, 10 anni dopo siamo qui a testimoniare che non è successo nulla di quanto temuto, ma oggi, a 10 anni dalla bolla finanziaria mondiale, il commento finale è che da questa crisi il mondo, nonostante tutti gli sforzi, ancora non è uscito. Anche per l’occidente il 2009/2019 sarà ricordato come il decennio perduto?

Risaliamo velocemente sulla macchina di “ritorno al futuro” per rivedere i principali eventi di questo decennio: il rischio fallimento dell’Italia, il rischio uscita dall’Euro della Grecia, la Brexit, l’Isis, l’elezione di Trump, la minaccia dalla Corea del Nord, la minaccia dall'Iran, il rischio crack di Dubai, la guerra dei dazi tra Cina e Usa, la rivolta a Hong Kong e poco altro. Tanti piccoli e grandi focolai, ma nulla di minaccioso a livello globale. Se poi usiamo come metro di misura l’economia notiamo che il divario tra ricchi e poveri aumenta, ma anche che molte persone nel mondo sono uscite dallo stato di povertà, che la produzione industriale e la disoccupazione in alcuni paesi non ha ancora rivisto i livelli precedenti la crisi, ma in altrettanti paesi non solo la disoccupazione è ai minimi, ma l’economia è in costante crescita, nessun boom, meglio, ma crescita mite e longeva.

Se poi usiamo il metro di misura finanziario, troviamo grandi sorprese, perché nonostante la grave crisi e gli effetti collaterali che questa ci ha lasciato, nonostante tutti i focolai e gli pseudo pericoli sopra elencati, troviamo gli indici di borsa che nella gran parte del mondo, non solo hanno recuperato i livelli precedenti al fallimento Lehman Brothers (banca simbolo di un’epoca), non solo hanno rivisto i massimi precedenti la crisi, ma ora sono su livelli ben più alti. Decennio perduto? Siamo proprio sicuri? Non per gli investimenti.

Dove sono le note dolenti? Per scovare il decennio perduto, guardando il mappamondo, dobbiamo usare la lente di ingrandimento, e ci accorgeremo con piacere che il Giappone si sta risvegliando dal torpore, dall’altro, che le zone più problematiche sono concentrare in Europa, in particolare, nella parte meridionale. Questo è il punto di vista geografico. Quello settoriale, dall’industria al lusso alla tecnologia in tutte le sue declinazioni e tutte le aziende che fanno export, è in grande rialzo ciclico. Si contrappone in debolezza il settore finanziario, in particolare quello bancario tradizionale. D’altronde, come fu per “l’indigestione giapponese”, la crisi del 2008 è dovuta all’esagerazione delle banche e sono proprio le banche quelle che hanno più difficoltà ad uscire dalla crisi. In verità, anche questa notizia è corretta solo in parte, perché proprio in questi giorni è uscita la trimestrale di Jp Morgan, banca Usa, una delle più importanti al mondo che vede numeri in crescita costante, ma la cifra che più stupisce è quella che si riferisce alla capitalizzazione, oggi nonostante la crisi Jp Morgan capitalizza 430 miliardi di dollari, numeri eccezionali, ma che diventano ancor più giganteschi se paragonati ai valori delle banche europee, perché oggi Jp Morgan ha un valore superiore a quello delle prime 10 banche europee che tutte insieme sommano 378 miliardi di dollari. E questo nonostante la crisi del 2008 abbia avuto come epicentro proprio gli Stati Uniti. Dunque, non tutto il settore bancario è rimasto in crisi e non tutte le banche, ma soprattutto quelle tradizionali, localizzate in Europa (Italia in particolare) e banche di tipo commerciale. Tutto il resto, dalla crisi ha avuto un’evoluzione. Ed è grazie a tutta questa serie di dettagli che siamo riusciti a ricostruire l’identikit delle vere vittime di questo decennio post crisi 2008, le banche tradizionali e l’Europa meridionale. Per l’Italia è dunque un decennio perduto?

In parte, c’è un’Italia che dalla crisi è rinata, ha ristrutturato ed è diventata tra le eccellenze del mondo, e c’è un’Italia, lo si vede dall’indice generale, che di quella crisi porta ancora i postumi. Ora però, si apre un nuovo decennio, gli anni venti, che come i precedenti dello scorso secolo, offrono numerose opportunità di riscossa, grandi sbocchi di sviluppo, sia nel settore industriale e sia in quello finanziario.

Il primo, l’industriale, con il piano appena approvato denominato “Green New Deal”, un possente progetto di ristrutturazione che detterà il passaggio dalle fonti energetiche inquinanti a fonti energetiche pulite. L’Italia, sia dal punto di vista logistico e geografico, sia dal punto di vista aziendale è in ottima posizione. Il mondo economico ha ora l’opportunità di fare profitti migliorando la nostra qualità della vita e la salute del pianeta. Un progetto serio, perché persino la Bce, grazie all’ipotesi ventilata di un “QE green” sembra disponibile a partecipare. E poi la seconda, il settore finanziario, dove l’enorme liquidità tutt’ora in circolo, e a tassi zero, ha grande fame di rendimento ed è in cerca di opportunità. L’Italia in questo caso ne offre una molto vantaggiosa attraverso il canale dei Pir, un veicolo che permette di investire nel nostro immenso microcosmo aziendale, ma non in modo speculativo, bensì strutturale, di lungo termine e ben diversificato.

Abbiamo tutte le carte in regola per recuperare un decennio, e ottime opportunità di rendimento davanti a noi.
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