Basiglio, 6 dicembre 2018

L'opinione di Mediolanum

Dal “Red” al “Black”

Uno dei tanti riti americani oramai trapiantato ovunque nel mondo e dunque anche in Italia, è quello del Black Friday, che cade il giorno successivo a quello del Thanksgiving Day e che apre ufficialmente il periodo degli acquisti natalizi. L’accostamento del colore nero alla giornata dedicata alla liturgia dello shopping non ha nulla di funereo, tutt’altro, è un inno alla profittabilità.

L’interpretazione più diffusa circa l’origine del nome è quella che lo collega al colore della compilazione del bilancio. Molti anni fa, prima dell’avvento dei computer, i registri contabili dei negozianti venivano compilati a penna, e per distinguere l’attivo dal passivo, veniva usato un colore d’inchiostro diverso: il rosso per le perdite, il nero per il guadagno. Nella stragrande maggioranza dei casi, il venerdì successivo al giorno del Ringraziamento, i conti chiudevano decisamente in attivo, da questo deriva l’appellativo di “Black Friday”, una tradizione che nel corso degli anni è andata in crescendo, visto che ogni anno, i record di vendite vengono sistematicamente battuti.

Un successo a cui negli ultimi anni contribuisce in maniera crescente il nuovo arrivato Cyber Monday: gli acquisti super scontati, non più fisici ma online, un rito che si esercita il lunedì successivo al “Black Friday”.

Ed è proprio dal “Cyber Monday” che quest’anno sono arrivate le novità più intriganti che hanno permesso di raggiungere livelli di vendite mai visti prima. Lo speaker intelligente “Echo Dot” è stato il prodotto più venduto in tutto il mondo su Amazon. Non solo tecnologia, tra i bestseller c’è anche il libro di Michelle Obama “Becoming”. Vecchio e nuovo che uniscono le forze permettendo al colosso di Seattle, con più di 18 milioni di giocattoli e di 12 milioni di articoli di moda, di registrare il periodo di vendita record nella storia della società.

Amazon è un leader indiscusso a livello mondiale, ma non è l’unico protagonista, perché in queste due giornate i guadagni si distribuiscono a pioggia, non solo giocattoli, abbigliamento, ma anche l’alimentare e soprattutto il settore degli smartphone, che nella sola giornata del Cyber Monday ha registrato un fatturato di 2,2 miliardi di dollari, record di sempre.

Complessivamente, nella sola giornata del Cyber Monday, si è toccato un record storico di 7,9 miliardi di vendita, a dimostrazione che la capacità di spesa e la tonicità dell’economia americana è ancora molto buona.

Un rito, quello del Black Friday, che come abbiamo detto ormai ha contagiato tutto il mondo, anche l’Italia, dove è divenuto quasi un antipasto allo shopping natalizio, un mix tra acquisti “fisici” e online divenuto un fenomeno di massa, a tutto beneficio dei conti delle aziende. Sono i numeri a dirlo, citiamo solo alcuni casi: “Unieuro record di vendite nel Black Friday” (ricavi +50% rispetto al 2017, +45% nei negozi e +75% online), Black Friday da record anche per Zalando, registando picchi di 4,2 mila vendite al minuto, più del doppio rispetto all’anno precedente. Stando ai dati pubblicati da Pagomeno, grazie ai notevoli sconti, la propensione agli acquisti degli italiani è stata del +62% rispetto al 2017.

Dati e cifre impressionanti che dimostrano quanto un “Black Friday” sia considerato un’imperdibile e irresistibile occasione per comprare, tanto da sgomitare per accaparrarsi la merce. Perché invece in Borsa e più in generale sui mercati, gli sconti (cioè i ribassi di borsa) vengono paradossalmente visti come occasione per sgomitare verso l’uscita abbandonando “la merce” che successivamente verrà acquista quando sarà più cara?

Sebbene in queste speciali giornate il servizio nei negozi non può essere eccellente a causa delle folle oceaniche, perché il consumatore compra lo stesso comprendendo che l’occasione è imperdibile, viceversa quando lo stesso consumatore si veste da investitore pur avendo un supporto migliore grazie anche alla presenza di un consulente finanziario, davanti alle occasioni che il mercato crea attraverso le correzioni e i ribassi, il comportamento diventa repulsivo e diffidente?

Usare la testa e non la pancia, è il primo consiglio, il secondo è quello di cambiare atteggiamento, in tutti gli ambiti affaristici, sia commerciali sia di investimento, il prezzo basso, lo sconto sono fonti attrattive, a tutto il resto, cioè a quali strumenti usare e a come fare, penserà il consulente.
 

Mercati

Azionario

Cosa accade all’indice Nasdaq e in particolare a quella categoria di titoli simbolo della nuova economia che conosciamo con l’acronimo “FAANG” (Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google) che fino a poche settimane fa sono cresciuti senza sosta?

Stiamo parlando di titoli e indice tecnologico che dopo la crisi di settore del 2000, la cosiddetta “bolla internet”, si erano ripresi e avevano iniziato una rimonta che nemmeno la grande “crisi finanziaria” del 2008 è riuscita a fermare, ma solo a contenere. Una crescita che soprattutto negli ultimi anni si è rivelata impetuosa, e che si può quantificare con risultati anche a tre o quattro cifre. Qualche numero per meglio comprenderla: dal minimo del 2002 ai massimi recenti il Nasdaq registra un risultato di quasi +700%, mentre per i titoli più rappresentativi si va dal +33.000% circa di Amazon (+5.600% circa dal minimo del 2008), a qualcosa di analogo per Apple che segna un +27.400% circa (2.650% circa dal minimo 2008) e pensare che nel 2000 c’era chi ipotizzava che questa fosse un’azienda sull’orlo del fallimento.

L’improvviso arresto avvenuto nel mese di ottobre e nella prima parte di novembre che ha annullato quanto ottenuto in tutto il 2018 è la fine di un ciclo come ha sentenziato il “Greenwich Economic Forum”, l’incontro internazionalmente conosciuto come la Davos dei fondi Hedge? E quali sono i motivi di questo pessimismo? I soliti che abbiamo sentito ripetere in questi anni di abbondanza ogni qualvolta emergevano crisi che si sono rivelate sempre e solo temporanee. Il rallentamento del ciclo economico è uno di questi motivi, che per i più pessimisti assomiglia a una recessione imminente, i tassi d’interesse in crescita che rallentano gli investimenti, sono un altro motivo, a cui oggi si aggiungono le turbolenze politiche e i dazi economici.

Non tutti sono concordi con questa lettura e con queste previsioni pessimistiche, infatti proprio nei giorni in cui la correzione si faceva più preoccupante tanto da avere l’attenzione anche dei media generalisti, creando così maggiore paura nel pubblico, c’è stato chi, con la consueta fiducia e conoscenza della situazione generale, ha pensato bene di cogliere l’occasione da “Black Friday” per fare affari a grande sconto, comprando.

Uno di questi è Warren Buffett che, da azionista convinto di Apple, ha colto l’occasione di una caduta del 20% in un solo mese del titolo, per aumentare la sua quota. Pur avendo scoperto con ritardo l’evoluzione tecnologica, si dimostra oggi un attento sostenitore, atteggiamento che dovrebbe infondere grande fiducia.

Non solo New Economy nel carrello della spesa, ad Apple, si sono aggiunti titoli bancari Usa, in particolare Jp Morgan. I bancari Usa sono stati i titoli più colpiti, le principali vittime della grande crisi del 2008, ma sono anche tra i titoli che più hanno recuperato nell’attuale ciclo rialzista, sono anche titoli che più beneficiano o soffrono dall’andamento dei tassi d’interesse e dell’andamento del ciclo economico. L’acquisto fa pensare che questa sia solo una pausa di riflessione, più che una vera crisi. Forse perché all’orizzonte Warren Buffett non vede nessuna recessione imminente?

Obbligazionario

Secondo Stanley Druckenmiller in questo momento la Fed sta giocando a Jenga. Secondo lui ogni rialzo dei tassi in questa fase equivale a rimuovere un mattone. Non sappiamo quale mossa farà cadere la torre ma alla fine la torre cadrà.

Ma chi è Druckenmiller? Per molti anni è stato il braccio destro di Soros, fu lui a ottenere il successo e a portare a compimento la grande operazione del 1992, quella che aveva come obiettivo affondare la Lira e la Sterlina inglese. Operazione leggendaria che valse a entrambi i personaggi l’entrata nella “hall of fame” della finanza.

Ma come insegna la storia dell’economia, la politica monetaria e la finanza nel breve sono spesso imprevedibili e costringono anche nomi di grande prestigio come Soros e Druckenmiller a commettere gravi e grandi errori di giudizio e di strategia. In particolare la Politica monetaria fu per Druckenmiller un’ossessione, perché fu proprio a causa delle banche centrali che nel 2010 scrisse ai propri investitori comunicando la chiusura del suo hedge fund, restituendo tutto il denaro ai sottoscrittori. Un hedge fund di tutto rispetto, visto che il fondo dal 1986 registrava un ritorno annuale del 30%, e anche nel disastroso 2008 portò a casa un +11%, ma negli ultimi anni, a causa dell’andamento anomalo generale, andava vanificando l’efficacia di strategia che in passato aveva sempre funzionato. La giustificazione: mercati manipolati.

Oggi Druckenmiller ritorna in campo denunciando l’attuale severità della Fed nell’eccesiva precipitosità nell’opera di aumento dei tassi d’interesse. L’opera di “normalizzazione”, come l’aveva soprannominata Janet Yellen, forse sta anticipando troppo i tempi, un giudizio critico che arriva anche da Ray Dalio, fondatore di Bridgewater, il più grande hedge fund al mondo, un atteggiamento aggressivo che a suo dire inizia a danneggiare i valori degli asset, tanto da fargli dichiarare “in questo momento siamo in una situazione in cui la Fed dovrà prestare più attenzione ai prezzi delle attività finanziarie, prima che a quelle economiche” (Fonte MarketWatch 21/11/2018).

Una situazione delicata a cui il vicepresidente della Fed Richard Clarida sembra già dedicare molta attenzione, visti i toni pacati usati negli ultimi discorsi, che lasciano intendere l’uso di una politica monetaria futura molto più moderata.

Un atteggiamento prudente che anche il gioco dello “Jenga” consiglia per evitare brutte sorprese dovute alla troppa frettolosità.


"Non c'è spina senza rosa"

“I prezzi del petrolio scendono. Grandioso! Come un grande taglio delle tasse per l’America e il mondo. Godetevelo! 54 dollari, era 82 dollari. Grazie all’Arabia Saudita, ma spingiamoli ancora più in basso!” Questo è il tweet euforico del 21 novembre con cui il presidente Trump ha festeggiato il calo della materia prima. Un calo come scrive lui, che per i paesi importatori (anche se gli Usa sono vicini all’autosufficienza energetica) come l’Italia, è un risparmio di costi, che a seconda dei casi e della grandezza può equivalere anche a un grosso taglio delle tasse. Ma soprattutto, il calo dei prezzi energetici, per un’economia che sebbene in fase di cambiamento ed evoluzione, è tutt’ora dipendente dai combustibili fossili, significa un sensibile allontanamento da quello che per i mercati, per gli economisti e soprattutto per le banche centrali ortodosse come la Germania, poteva essere la minaccia dell’accelerazione dei prezzi al consumo, ovvero dell’inflazione.

Salari bassi e competitività aziendale già tenevano strutturalmente i prezzi ancorati verso il basso, l’unica miccia poteva essere quella delle materie prime, petrolio in particolare, una minaccia che ora si è totalmente spenta sotto la pioggia di vendite. Le Banche Centrali ora rivedranno i piani sui futuri aumenti dei tassi d’interesse.

Dopo un ottobre “profondo rosso” sulle borse, ora registriamo un “novembre nero” sui dati economici. In particolare nell’Eurozona dove gli indicatori anticipatori raccolti da PMI di Markit Economics registrano una contrazione sia negli indici generali (indici che anticipano la futura attività economica secondo un sondaggio presso i direttori degli acquisti delle più importanti imprese del continente) sia soprattutto nel tasso di crescita dei nuovi ordini, a cui si aggiunge un dato debole anche nelle esportazioni.

L’attività frena, non è recessione, ma richiede cautela. Una frenata, leggera, che si nota anche nelle attività americane, dove però la situazione permane più robusta.

In particolare nell’Eurozona non è il singolo dato a preoccupare, ma sia nel settore manifatturiero che in quello dei servizi, è una serie di dati ripetuti che accende la spia di allarme per un affievolimento del ciclo economico.

Proprio ora che la Bce sta intraprendendo la fase di chiusura degli stimoli monetari e si avvicina al grande passo del primo aumento dei tassi d’interesse. Trichet in passato, proprio alla vigilia della grande crisi finanziaria, spaventato dall’impennata dei prezzi del petrolio (record 150$ al barile), con troppa fretta decise di alzare i tassi d’interesse. Che è un po’ come andare contro il nemico, anzi, peggio, accelerare per avere la certezza dello scontro.

Fortunatamente, Draghi non è Trichet, e soprattutto oggi i prezzi del petrolio e l’inflazione sono tutt’altro che un problema.

Paradossalmente, questa debolezza generale non poteva giungere in un momento migliore. Chissà che non sarà deciso un prolungamento, o perlomeno un ripensamento sulle future mosse relative ai tassi d’interesse verso un maggiore ammorbidimento? Tutti gli asset finanziari ne gioverebbero, sarebbe un regalo speciale di Natale a tutti gli investitori, piccoli e grandi.


NOTA DI REDAZIONE : gli argomenti, le immagini e i grafici sono frutto di elaborazione interna.

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