Basiglio, 5 settembre 2019

L'opinione di Mediolanum

Sotto la canicola

In estate, e specialmente ad agosto, mentre tutto il mondo della finanza milanese si allontanava da Piazza Affari verso rinomate mete esotiche o di montagna, Enrico Cuccia invece sapevi sempre dove trovarlo: in via Filodrammatici, in Mediobanca. Non tanto e non solo perché era uno stacanovista; il vecchio timoniere della finanza italiana sapeva che è agosto il mese in cui è più facile assistere agli avvenimenti che cambiano gli scenari, ed è sempre agosto il mese in cui si costruiscono le grandi operazioni.

Facciamo un salto nel passato, nel periodo in cui Mediobanca dominava la scena nazionale quasi come un sole attorno al quale ruotavano tutte le principali istituzioni del paese e dal quale traevano linfa vitale per sviluppare le proprie attività. Erano gli anni settanta e ottanta, anni nelle cui estati si sono verificati eventi internazionali di portata storica. Uno in particolare ha avuto effetti e conseguenze che hanno attraversato il tempo fino ad arrivare ai giorni nostri.

Estate 1971, in tutte le spiagge italiane risuonava la voce di Lucio Battisti, un successo senza tempo quella sua “pensieri e parole”, “che ne sai tu di un campo di grano?” cantavamo con lui, “e di un mondo tutto chiuso in una via? e di un cinema di periferia?”. Ed era proprio “un mondo tutto chiuso” quello degli anni settanta! L’occidente, l’unico che in quell’epoca contava e decideva, sembrava sonnecchiare sotto la canicola di un’estate come tante altre, in spiaggia o in montagna. Ma mentre le persone comuni si apprestavano al picnic di ferragosto, dall’altra parte del pianeta, a Camp David, al canto delle cicale, il presidente Nixon annunciava che il governo degli Stati Uniti non avrebbe più rispettato gli accordi di Bretton Woods del 1944 per consegnare l'oro a 35 dollari l'oncia a qualsiasi governo o banca centrale. Era l’addio alla convertibilità con l’oro.

Da Bretton Woods fino al 15 agosto 1971, il sistema economico occidentale si ergeva nella stabilità monetaria mondiale, ancorata al dollaro e alla sua convertibilità con l’oro. In parole semplici il sistema valutario si basava su rapporti di cambi fissi, tutti agganciati al dollaro, che a sua volta era agganciato all’oro. Questo accordo aveva delle falle, infatti permetteva agli Usa un’emissione incontrollata di moneta, esportando quindi inflazione e rendendo più povero il mondo. La guerra del Vietnam fece aumentare in modo spropositato la spesa pubblica, tanto da mandare in crisi il sistema: troppi dollari in circolazione per sostenere il debito rendevano difficile la successiva conversione in oro, da qui la decisione storica di Nixon.

Al tempo Internet non esisteva. La televisione in vacanza era un optional per pochi, l’unica fonte di informazione era la radio dove le notizie economiche erano tanto rare quanto, all’epoca, gli acquazzoni estivi. Oggi, estate 2019, la svalutazione dello Yuan invece rimbomba in tutti gli angoli del pianeta. Un’onda che dal valutario sembra travolgere tutto il sistema economico e finanziario. La Cina è vicina in un mondo sempre più piccolo e confuso, tanto da far sembrare questa la causa scatenante di una nuova, l’ennesima, “Guerra delle Valute”.

Il 16 agosto 1971, secondo molti, fu la data d’inizio dell’instabilità economica e finanziaria, ma fu anche l’inizio della flessibilità monetaria e degli investimenti: la possibilità dei Quantitative Easing e la volatilità delle Borse, grandi rialzi e grandi crolli, derivano tutti da quella decisione storica che si ripercuote anche in questa nostra estate.

Se degli anni settanta e ottanta abbiamo avuto una conoscenza in parte limitata ai confini italiani ed europei, dei successivi novanta e duemila, con l’avvento della globalizzazione, abbiamo vissuto importanti eventi internazionali che hanno coinvolto e spesso sconvolto tutte le piazze finanziarie del pianeta. La prima guerra del Golfo contro l’Iraq di Saddam Hussein comincia proprio in agosto. In quello del 1990. La crisi del Bath thailandese che travolgerà tutto il Sud Est asiatico si innesca in estate così come la crisi russa con il crollo del rublo che macchierà la carriera di due noti premi Nobel per l’economia. Lo stesso vale per la crisi italiana sui Btp, come per gli scandali contabili in Usa. È sempre il deserto operativo dell’estate il palcoscenico migliore per provocare scalpore. Indovinate quando si sono accesi i primi focolai dell’incendio della crisi subprime? Facile, sempre in agosto! E sono i casi più recenti, ricordiamo il referendum Grexit, quello sulla Brexit e anche la pseudo crisi cinese di pochi anni fa.  Queste ultime due concentrate nel 2016, perché spesso le crisi estive sono un accumularsi di eventi che apparentemente non hanno nessun elemento in comune, e che grazie alle molte assenze tra gli operatori e la rarefazione degli scambi riescono ad amplificare il panico e a ingigantire il problema. 

Così nell’estate 2019, quella che stiamo vivendo, i risparmiatori si ritrovano attoniti davanti a un caleidoscopio di eventi che sta facendo il giro del mondo toccando tutti i continenti: dalle proteste di Hong Kong, alla rinnovata e cronica crisi in Argentina, al rischio recessione per Usa e Germania, ai problemi politici in Italia, alla questione dei dazi e della Brexit che non sembra trovare soluzione, al rischio che il bilancio di General Electric, una delle più importanti e conosciute società al mondo, non sia totalmente veritiero ma nasconda delle perdite non contabilizzate, una storia ancora dai contorni fumosi. Insomma, una pioggia di brutte notizie incessante che rischia di allagare tutte le Borse del mondo, generando timore che si trasformi in tempesta capace di provocare molti danni a cui ancora non è stata trovata una protezione efficace. Anche se, in verità, l’ombrello c’è ed è pronto a essere aperto. Un ombrello che in questo caso si chiama politica monetaria. Cioè l’intervento delle Banche Centrali. Da usare con parsimonia però, anche perché non tutti i problemi sono così gravi da richiederne l’intervento, ci appaiono così perché spesso vengono ingigantiti dalla tendenza al sensazionalismo dei media.

Tralasciando il caso General Electric che è ancora in fase embrionale e quindi non chiaro, per l’annosa questione sui dazi tra Cina e Usa, una trattativa che si trascina ormai da molti mesi creando fasi di instabilità, sono i numeri a parlare: l’economia Usa oggi vale circa 21 mila miliardi di dollari, mentre le esportazioni verso la Cina valgono 114 miliardi l’anno e le importazioni 522 miliardi, rispettivamente lo 0,54% e il 2,1%. Lo racconta in un’intervista, pubblicata su Milano Finanza il 17 agosto scorso, Ed Yardeni, che è stato professore alla Columbia University, capo economista in numerosi gruppi bancari, ma soprattutto membro del Consiglio dei governatori alla Federal Reserve e del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. Se dalle parole si passa dunque ai numeri ecco che improvvisamente il problema si rimpicciolisce e il panico dovrebbe attenuarsi, invece ad ogni rumor, annuncio o tweet che crea incertezza sulla risoluzione dei negoziati, ecco che i mercati reagiscono bruscamente, spaventandosi. Viene da chiedersi se questa sia paura vera o invece strumentalizzazione. Un indizio utile lo fornisce Stanley Druckenmiller, grande investitore e grande intenditore di crisi estive, essendo stato il braccio operativo nell’operazione che George Soros fece, con successo, contro la Sterlina e la nostra Lira. Druckenmiller ha lasciato intendere che, dopo l’ennesimo tweet bellicoso del Presidente Trump, è lecito aspettarsi una forte riduzione dei tassi d’interesse.

Ogni ciclo economico, ogni bolla finanziaria della storia hanno avuto sempre molteplici motivazioni per salire, innanzitutto il progresso, ma tutti hanno avuto un particolare motore propulsore, in questo ciclo con una certa sicurezza possiamo dire che il motore è l’attività incentivante delle Banche Centrali: lo stampaggio di moneta. I segnali sono molteplici, non è solo l’attività di un singolo investitore seppur importante come Stanley Druckenmiller, ma basta semplicemente ricordare quali erano le aspettative di economisti e analisti alla fine del 2018, aspettative che erano rivolte verso nuovi aumenti dei tassi d’interesse, invece oggi, seppur con un’economia che mantiene il segno più e una disoccupazione Usa che rimane ancora su livelli minimi, si parla di nuovi tagli ai tassi e di nuovi incentivi attraverso il riutilizzo del “bazooka monetario”. Persino la BCE di Mario Draghi che per tante volte è stata ostacolata oggi viene spinta dalle stesse ortodosse istituzioni del Nord Europa, perché questa volta è la Germania a soffrire. E se il cuore inizia a faticare l’intervento deve essere immediato.

Potrà sembrare un paradosso, ma più aumentano le cattive notizie e più per i mercati aumentano le occasioni. Gli strumenti giusti per coglierle esistono così come esistono i professionisti preparati a individuarli.



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