Basiglio, 5 luglio 2018

L'opinione di Mediolanum

Come a Wimbledon

Nel 2006 le prime cinque società americane per capitalizzazione erano Exxon, General Electric, Microsoft, CtyGroup e Bank of America. L’anno scorso, nel 2017, erano invece Apple, Google, Microsoft, Amazon e Facebook. Una semplice lista capace di rappresentare esattamente il cambiamento radicale avvenuto negli ultimi dieci anni.

Prendiamo come esempio General Electric: il colosso dell’industria USA dopo 110 anni di gloriosa permanenza, esce dall’indice Dow Jones.

General Electric non era solo la più antica società quotata sul Dow, era molto di più, era la sintesi dell’industria americana. Comprare azioni di quella società era come comprare una fetta del business americano. Quell’aggettivo “generale” rappresentava il dominio di un intero settore. Una dimensione che ha continuato ad espandersi regolarmente negli anni sino a toccare il suo apice nel 2000, poco prima dello scoppio della bolla Internet, con un prezzo di borsa poco superiore ai 50$. In quell’anno l’indice Dow Jones quotava intorno ai 10.000 punti. Oggi, 18 anni dopo, il titolo General Electric quota intorno ai 13$ mentre l’indice Dow Jones vale 24.000 punti. L’azione si è ridotta a ¼ del valore, l’indice vale più del doppio. Com’è possibile? L’elemento chiave è l’evoluzione umana che nel suo cammino di sviluppo genera processi di trasformazione. Mentre l’economia, sia pur tra recessioni e espansioni, cresce e si fortifica grazie anche a questi processi di trasformazione, le singole aziende invece possono non sopravvivere, possono fallire perché magari i loro prodotti sono divenuti semplicemente obsoleti.

La comparazione tra le società leader americane a distanza di un decennio ci offre molte indicazioni. Sicuramente che il paradigma del cambiamento dei nostri anni è basato sulle tecnologie verso le quali sta convergendo anche il grosso del capitale. Ma anche che la diversificazione è sempre la chiave per investire minimizzando il rischio. Investendo su indici e paesi in tutto il pianeta e in un orizzonte temporale di medio o lungo termine, si ha la possibilità di mettersi in scia al ciclo economico, beneficiando della crescita storica.

Mercati

Azionario

“La Brexit sarà una catastrofe? Scusate, ci siamo sbagliati” così, con queste poche parole pronunciate da Andy Haldane (capo economista della Banca d’Inghilterra), la pseudo crisi che sarebbe dovuta derivare dal voto sfavorevole al mantenimento della Gran Bretagna all’interno del commercio europeo, è stata archiviata.

Per lo meno questa volta ci sono state delle amissioni di colpa e delle scuse, in altre occasioni, sempre di ammonimenti e previsioni per eccesso di pessimismo, o peggio, di catastrofismo, non ci sono state nemmeno quelle, semplicemente sono cadute nell’oblio. Si confida sempre nella cancellazione della memoria collettiva, ed è facile che succeda, tanto siamo storditi da statistiche, stime e previsioni prevalentemente di tono negativo che dopo aver seminato inquietudine, quando nulla si è avverato, si volta pagina senza dare spiegazioni.

E’ normale che così facendo la preoccupazione e l’incertezza tra i risparmiatori si accentuino sebbene sui mercati, concretamente, non sia successo nulla di quanto predetto ma anzi continui la crescita.

Oggi la stessa modalità si sta riproponendo con i dazi di Trump, accentuando gli effetti e le critiche su ogni tipo di decisione che viene presa dal presidente americano o come replica dalla difesa cinese, quando in verità, ancora di concreto a livello di dazi, sia stato messo in atto poco o nulla.

Quanto peseranno veramente sull’economia mondiale, nel caso i dazi fossero praticati concretamente e non come è accaduto sino a ora, solo con minacce?

Nessuno realmente lo sa, le cifre a oggi sono più slogan che stime reali, e anche fossero studi ufficiali, sappiamo bene com’è andata con l’esempio precedente della Brexit.

L’unico istituto che realmente si è cimentato in una simulazione è stata la Barclays Bank. Secondo la banca inglese, nel caso le tariffe fossero concretamente introdotte con un incremento dei prezzi del 10% sull’import-export Usa, l’impatto sui profitti delle imprese sarebbe una contrazione dell’11%, il che annullerebbe totalmente il beneficio dei tagli fiscali di Trump.

Tanto o poco? Preoccupante? Prima di tutto, le tariffe fino ad ora sono state solo verbali e non reali, la seconda cosa, forse la più sorprendente, che emerge approfondendo lo studio di Barclays è che nel caso di azione concreta dei dazi i paesi più colpiti non sarebbero i paesi europei o la Cina, come stanno dicendo, ma gli emergenti.

E’ uno studio, non è la realtà, ma allora come si può pensare di impostare una strategia d’investimento quando si è ostacolati da tutte queste incognite?

Lo si fa guardando il mondo da un’altra prospettiva. Nel caso Brexit è vero che gli allarmi lanciati alla vigilia del referendum furono eccessivi, ma è anche vero che per prevenire spiacevoli contraccolpi, Carney (il capo della Banca d’Inghilterra) agì preventivamente sugli stimoli monetari per rendere la situazione il più addomesticabile possibile. Come dice il detto, prevenire è meglio che curare. E quello che spesso si dimentica è che le Banche Centrali sono organi totalmente autonomi scevri da ogni condizionamento politico.

Così sarà ancora con i dazi, Draghi l’ha ripetuto anche negli ultimi interventi pubblici, saremo “Prudenti, Pazienti e Persistenti”, prima di agire su eventuali cambiamenti di politica economica, aggiungendo che nel caso le cose dovessero peggiorare, si metterà mano nuovamente al Quantitative Easing.

La politica monetaria e non la politica governativa, è il grande manovratore in questo ciclo economico tutt’ora ancora in fase espansiva e persistentemente con tassi molto accomodanti, l’ecosistema più favorevole per la crescita e la prosperità dello strumento azionario.

Il mercato azionario, sebbene per sua natura sia il più rischioso, nella storia recente, ma anche nel passato più lontano, non ha mai goduto di una fase così favorevole per la crescita.

Obbligazionario

“Mi piacerebbe dirle a che ora finirà il QE, ma non sono in grado di farlo”, così, con la sua inconfondibile ironia, Mario Draghi ha risposto alla domanda di un giornalista che seguiva la tradizionale conferenza stampa della Bce di un giovedì tiepido di Giugno.

Tiepido nei toni, tiepido per gli investimenti obbligazionari e tiepido nei rendimenti, che per molti analisti ed economisti sarebbe dovuto diventare presto rovente. Perché alla vigilia non erano pochi gli esperti che hanno azzardato prevedere una fine anticipata del QE, il motivo non si sa, forse sempre quella di eccesso di pessimismo.

I telegiornali in quella sera, e i giornali il giorno successivo, titolarono in coro che la “pacchia” per il sistema finanziario era finito, il QE era al termine, ora sarebbe cominciata la strada in salita, faticosa, dolorosa dei tassi d’interesse in crescita.

Messaggio che fornisce un’informazione distorta, primo perché il QE non terminerà in anticipo, anzi, attraverso una coda finale con importi ridotti, terminerà in modo soft nel dicembre di quest’anno, secondo perché è stato assicurato che i tassi d’interesse non saliranno almeno fino all’Estate del 2019 (quindi fino a Settembre) e terzo perché chi l’ha detto che tassi in salita sono un male, soprattutto quando si parte da livelli storicamente ridotti, cioè da zero?

I tassi in crescita sono il simbolo di un’economia in salute, quando i tassi non crescono per frenare le fiammate sull’inflazione (ora inesistente), o quando non devono aumentare per frenare un’economia che come un treno corre oltre i limiti di velocità, la crescita è sintomo di piena forma.

Pensate alla mongolfiera, quando il mezzo rischia di precipitare si gettano i sacchi (le zavorre) per ritornare ad alta quota, quando invece si sale troppo si deve mettere un peso. Quei pesi sono come i tassi d’interesse. E poi, se non aumentano i tassi, alla prossima recessione, perché fisiologicamente ci sarà un periodo in cui l’economia tornerà a frenare, come si potrà stimolare e tornare in alta quota se i tassi sono ancora inchiodati sullo zero?

Il problema si pone per gli investitori in obbligazioni, alla perenne ricerca di un rendimento, che fino a quando non troveranno tassi adeguati non potranno rischiare l’investimento in singole obbligazioni, pena la perdita sul capitale. L’alternativa, per non correre rischi, è l’investimento in fondi obbligazionari, che grazie all’estrema diversificazione, da un lato stemperano il rischio di aumento dei tassi e perdita sul capitale e dall’altra forniscono un flusso cedolare grazie all’investimento diversificato su ogni tipo di forma obbligazionaria.

"Non c'è spina senza rosa"

Al di là delle prime sperimentazioni in epoca medievale e delle successive modifiche in età rinascimentale, il tennis moderno è, proprio come il calcio, una religione inventata dagli inglesi. E come tutte le religioni che si rispettino, anche il tennis ha i suoi templi. Il più importante di tutti, il più antico e celebrato, si trova in un sobborgo che dista dieci chilometri dal centro di Londra. Il suo nome Wimbledon, il primo, il più importante, il più celebrato torneo di tennis del mondo.

Giocare a Wimbledon, in particolare sul campo centrale, significa entrare nell’Olimpo degli Dèi di questo sport. Contrariamente a ciò che capita in qualunque altra località tennistica, a Wimbledon si gioca solo in abiti bianchi. Le arlecchinate esibite a Parigi, Sidney o Flushing Meadows, qui semplicemente non sono ammesse. I campioni e coloro che si augurano di diventarlo, giocano davanti a un pubblico tra i più competenti al mondo che ha trascorso anche una notte in fila pur di aver accesso allo spettacolo; il vincitore (i vincitori: singolo maschile, femminile e doppio) saranno premiati alla presenza di uno o più membri della Casa Reale; alzeranno il trofeo e si prepareranno per la gran festa della sera nel corso della quale apriranno le danze.

Dal 1877 sino 1909 il torneo fu appannaggio esclusivo degli indigeni: arrivava in finale e regolarmente vinceva un suddito di Sua Maestà Britannica. Poi le cose iniziano a cambiare e nell’albo d’oro della manifestazione figurano statunitensi, australiani e francesi; fatto salvo il dominio dal ’34 al ’36 di Fred Perry (sì, quello delle magliette) bisogna attendere sino al 2013 per incontrare nuovamente un altro vincitore “born in GB”, per la cronaca il pur valido Andy Murray.

Conta qualcosa? Per gli inglesi certamente sì. Per il valore intrinseco del torneo, certamente no. Non è la nazionalità del vincitore ciò che fa la differenza, ma la qualità del gioco che Wimbledon esprime. E su quei campi verdi curati con puro amore state certi che verrà eseguito il più sublime spettacolo di tennis al mondo. Anno dopo anno, torneo dopo torneo, da qui all’eternità. Che vinca Borg o McEnroe, Agassi o Sampras, o il divino Federer il risultato non cambia. Vince sempre lui, il tennis. Sono i campioni che vi hanno partecipato a rendere questo torneo il più bello, spettacolare e seguito al mondo, non che l’abbia vinto un campione di casa. Questo concetto dovrebbe far riflettere la nostra imprenditoria. I presupposti affinché l’Italia sia la Wimbledon globale ci sono tutti, facciamo entrare in campo i campioni.

NOTA DI REDAZIONE : gli argomenti, le immagini e i grafici sono frutto di elaborazione interna.

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