Basiglio, 5 dicembre 2019

L'opinione di Mediolanum

Vincere tutti

“Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince” una frase, questa pronunciata da Gary Lineker, campione e bomber dell’Inghilterra negli anni ’80, che è diventata una regola. Ma come per ogni regola ci sono sempre le eccezioni.

E a volte, queste eccezioni sono eclatanti e sbalorditive. Accade nel 2012, nella semifinale degli Europei di calcio, dove si affrontano i favoriti tedeschi contro i nostri azzurri. Fortunatamente è una partita di pallone e non di spread, in quei momenti l’Europa politica ed economica è afflitta da una grave crisi, il continente è in recessione, l’austerity economica morde, l’Euro è preso di mira dalla speculazione, il progetto europeo rischia di naufragare e anche qui, come nel calcio, alla fine sembra vincere la Germania.

Il ventre molle del sistema sono la Grecia e l’Italia, ma almeno sul campo di calcio, gli azzurri hanno un sussulto d’orgoglio: l’Italia vince, batte la Germania e va in finale. La stampa è in visibilio per colui che verrà considerato l’eroe del momento: Mario Balotelli, che sarà subito soprannominato Super Mario.

Se è vero, come recita Lineker, che a calcio alla fine vince la Germania, è altrettanto vero che quando c’è di mezzo un pallone, tra Italia e Germania vinciamo sempre noi. E se in quel momento, citando il titolo di El Pais, Mario Balotelli era visto come “l’incredibile Hulk azzurro” che sfoggiava una muscolatura da bronzo di Riace, era niente in confronto a quello che avrebbero visto un mese dopo.

Il 2012 è l’anno che vede un’economia in recessione, uno spread che si impenna, tasse e tassi alle stelle ed euro in crisi, ed al tempo stesso l’inizio della rinascita che porta al goal della vittoria. È l’Italia dei Mario, l’Italia dei Super Mario. Volendolo rappresentare come un’ideale formazione di calcio, oltre al goleador Mario Balotelli, ci sono altri due Mario in campo: Monti, che fa il difficoltoso lavoro di sutura, quello del cosiddetto mediano, e Draghi, che gioca all’estero, a Francoforte e che il 26 luglio dello stesso anno, durante una conferenza al Global Investment Conference di Londra pronuncerà il discorso che manderà in visibilio tutti gli investitori, risollevando il continente europeo.

“Whatever it takes”, la cinica sintesi della storia lo ricorderà per queste tre parole, in effetti è questo il goal che super Mario Draghi segna contro la speculazione mondiale che intendeva sbriciolare il sogno dell’unità monetaria, ed è questo uno dei più grandi meriti di cui deve essere insignito il presidente uscente della Bce: aver salvato la moneta unica e aver mantenuto intatti i buoni propositi di comunione europea, sociale, politica ed economica.

In realtà Mario Draghi ha fatto molto altro, e oltre a quel “whatever it takes” ha aggiunto parole molto importanti che ne hanno definito la statura e gli hanno fatto guadagnare il rispetto che tutto il mondo gli riconosce per l’intero mandato.

“Nei limiti del nostro mandato, la Bce è pronta a fare qualsiasi cosa per salvare l’Euro. E credetemi, sarà abbastanza”. Questo è il punto centrale del discorso che i mercati e gli speculatori compresero al volo, virando subito dai minimi, verso un rialzo che a distanza di 7 anni dura ancora. Quanto accaduto il 26 luglio 2012 è uno di quei momenti spartiacque della storia, ci sarà sempre un Euro prima di Draghi e un euro dopo Draghi, un bel salto di qualità rispetto a una Bce che fino a quel momento era stata governata da austeri e difensivi banchieri, prima Duisemberg e poi Trichet, che non hanno dimostrato nessuna flessibilità nemmeno nei momenti d’emergenza.

Ed è proprio qui che la Germania non vince. Perché Draghi, come fosse il Cruyff della moneta, esprime quel colpo di genio che in certi momenti è necessario per uscire dall’empasse, esce dagli schemi e compie un gesto memorabile. In Usa c’è un detto che viene preso come vangelo: “never fight the Fed” mai andare contro la Fed, dal 26 luglio questo monito sarà valido anche per la Bce di Mario Draghi, un istituto che non sarà più solo legato al suo statuto che gli richiede di tenere l’inflazione intorno al 2% (un atteggiamento difensivo) ma che ora potrà anche stampare moneta (atteggiamento d’attacco) per stimolare la crescita economica e finanziaria.

Dove sarebbero finiti l’Europa e l’Euro senza Draghi?

“La nomina di Mario Draghi alla Bce è un riconoscimento alle sue doti professionali ma consentitemi di dire è anche un successo italiano, del nostro governo e del nostro lavoro e sottolinea il ruolo importante che abbiamo in Europa”, così nel giugno del 2011, Silvio Berlusconi commentava la fresca nomina di Mario Draghi nel prestigioso ruolo di Presidente alla Bce. Una nomina fortemente voluta dal governo italiano di cui Silvio Berlusconi era l’allora Primo Ministro.

E chi l’avrebbe detto che proprio Berlusconi, a quei tempi più volte deriso - ricordate la coppia Merkel Sarkozy? - avrebbe fatto la scelta più lungimirante e che dalle tenebre, perché quello era il clima funereo del novembre 2011, sarebbe poi nato il più grande esperimento monetario che tutta l’Europa abbia mai conosciuto.

Che Draghi avesse una certa passione per l’Euro lo si era già capito negli anni novanta, quando il governo Prodi lo mise a capo di una speciale commissione dedicata alla valorizzazione e privatizzazione delle partecipazioni di stato. Li chiamavano i “Ciampi Boys” - il Financial Times arrivò a definirlo “dream team” - dal nome dell’allora Ministro dell’Economia Carlo Azeglio Ciampi di cui Mario Draghi era la punta di diamante.  Lo scopo era convincere i tedeschi al fine di entrare nel club esclusivo della moneta unica, l’antipatia teutonica non è storia d’oggi, siamo stati antipatici a Schauble e a Weidmann, come lo siamo stati alla coppia Tietmeyer (Bundesbank) e Waigel (Finanze).

I tedeschi, con una lunga sequenza di copertine giornalistiche, l’hanno prima lodato e poi screditato, prima amato e poi criticato, un continuo gioco di contrasti che in fin dei conti ha giovato anche a loro, ma soprattutto all’Europa intera che è sopravvissuta alla sua prima crisi, una crisi importante che ha creato l’occasione per dare la svolta. Qualche anno fa il prestigioso settimanale Economist mise in prima pagina un allarme sulle Banche Centrali che, a detta del giornale, aveva esaurito le munizioni. Niente di più sbagliato, Draghi ha più volte fatto capire che la cosiddetta “cassetta degli attrezzi” è sempre aperta e pronta all’uso. E fino a oggi il mercato ha continuato a dargli credito, e fiducia.

Queste sono le luci, su cui la critica adagia qualche piccola macchia: la prima è legata al mancato raggiungimento dell’obbiettivo della Bce, l’unico, e cioè l’inflazione al 2%, una battaglia tutt’ora in corso; la seconda è sui tassi d’interesse che si mantengono su livelli negativi, sotto zero, una permanenza che continua a penalizzare la ricerca di rendimenti e che al tempo stesso scalfisce gli investimenti e il capitale. Su questo delicato tema è ritornato Draghi nel suo discorso d’addio, affermando che i miglioramenti dell’economia hanno più che compensato gli effetti indesiderati dei tassi negativi.

L’esperimento dei tassi sotto zero deve ritenersi un fatto del tutto eccezionale e straordinario, con l’intento di “comperare” tempo, affinché l’economia mondiale possa assestarsi su un cammino positivo, e che il testimone della politica monetaria possa finalmente essere preso dalla politica fiscale e di bilancio. Le Banche Centrali dell’era Draghi si sono assunte la responsabilità di diventare da organo di vigilanza, controllo, arbitrato e intervento straordinario, a protagonista della scena mondiale, come sostegno ordinario affinché il malato (l’economia mondiale) superi la malattia e la successiva degenza, avviandosi al ritorno della normalità.

Ora tocca agli Stati riprendersi la responsabilità di guidare la crescita. Draghi negli ultimi mesi del suo mandato l’ha ripetuto più volte, consapevole che lo stampaggio di moneta non può fare miracoli, e soprattutto non può essere eterno, altrimenti perderebbe il suo carattere di eccezionalità che è anche il suo pregio. Un tema, quello della responsabilità delle politiche di bilancio, che è stato tramandato e ripreso anche da madame Lagarde, il successore di Draghi e nuovo Presidente della Bce.

È stato citando San Francesco nel suo discorso di debutto, che madame Lagarde si è presentata alla platea di investitori. Pronunciando le parole: “inizia facendo ciò che è necessario, quindi, fai ciò che è possibile e all’improvviso stai facendo ciò che è impossibile” ha condiviso una sorta di preghiera laica, il cui destinatario è la Germania che dovrebbe cominciare finalmente ad essere generosa con i cugini europei.

Qualche maligno ha detto che la Lagarde avrà bisogno della protezione dei santi per affrontare questa presidenza. Tuttavia, è la stessa economia a correre in soccorso della Lagarde: la debolezza che sta fiaccando la Germania deve agire come acceleratore della storia, lo stato attuale di sovranità condivisa deve tramutarsi finalmente in un’organizzazione di mutuo soccorso, dove gli stati più forti devono agire in favore di quelli più deboli. Durante la crisi del 2012 circolava un memorandum del Governo tedesco che quantificava quale sarebbe stato l’impatto sull’economia tedesca dovuto dallo smembramento dell’Euro. Le conclusioni erano preoccupanti: una caduta del Pil del 10% e una risalita verso i 5 milioni di disoccupati. Anche la Germania ha dunque interesse a sostenere crescita e unione monetaria. “La politica monetaria raggiungerebbe i suoi obiettivi più velocemente e con minori effetti collaterali se fosse accompagnata da altre politiche”, la Lagarde con queste parole raccoglie il testimone cedutole da Draghi, testimone che a livello economico deve passare dalla politica monetaria a quella di bilancio. In questo modo potremo vivere la seconda fase della crescita, quella che coinvolgerà coralmente sia l’economia reale e sia la finanza, il modo migliore per gratificare i rendimenti e la crescita dei prezzi, dando maggiore sviluppo al capitale di rischio.
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