Basiglio, 5 aprile 2018

L'opinione di Mediolanum

La Storia insegna

Per comprendere il presente a volte basta semplicemente leggere il passato, anche quello prossimo. Così possiamo dare una spiegazione a fenomeni che ci appaiono nuovi e inaspettati e invece sono il manifestarsi di corsi e ricorsi storici.

Come possiamo dunque inquadrare la questione su cui l’opinione pubblica mondiale si sta interrogando in questi giorni relativamente a Mark Zuckerberg e alla sua creatura Facebook?

Alcuni sostengono che basterebbe il coraggio politico di uno Sherman Act con cui Theodore Roosevelt, 26º Presidente USA, premio Nobel per la pace, uno dei quattro volti scolpiti sul Monte Rushomore, eletto all'età di 42 anni e ancora oggi la persona più giovane ad aver ricoperto la carica di presidente degli Stati Uniti, “ha saputo combattere il lato oscuro, monopolista, dei capitani dell’industria e della finanza che hanno guidato lo straordinario sviluppo dell’Ottocento, fino al punto di definirli Robber Barons” (1).

Nel corso di due mandati infatti Roosevelt dissolse 44 monopoli con l’obiettivo di rivitalizzate l’economia attraverso la libera concorrenza. Suo convincimento era che le corporation dovessero essere regolate e non distrutte. Oggetto della sua azione furono giganti come la Northern Securities Company di J. P. Morgan, lo Standard Oil Trust di John D. Rockefeller e il Tobacco Trust di James B. Duke. Da allora a oggi il sistema internazionale si è dotato di una legislazione antitrust e l’interventismo dei governi è giudicato sorpassato e la concorrenza sleale è regolata in modo dettagliato.

La tecnologia oggi corre più veloce della normativa, ma se ci basiamo sull’insegnamento della storia, quest’ultima prima o poi riesce a raggiungere la meta. Non è successo così anche per l’ultimo scandalo in ordine cronologico? Ricordate il caso “dieselgate” che coinvolse ben 11 milioni di veicoli diesel in tutto il mondo, e che avrebbe dovuto travolgere la grande Volkswagen Aktiengesellschaft? Quei giorni, per lo storico marchio, e per l’auto in generale, furono di panico assoluto poiché la diffidenza sull’affidabilità dei test e sulla credibilità era improvvisamente crollata a zero. Tutto il mondo dell’automobile era messo in discussione sia dal regolatore sia dal mercato. Lo confermarono l’andamento borsistico dei titoli, in particolare la Volkswagen che in pochi giorni ruzzolò da 170 euro fin sotto i 100. Il giudizio generale oscillava tra una crisi senza fine e la fine definitiva del colosso automobilistico. Oggi, due anni dopo, la situazione è ben diversa: l’auto, nello specifico Vokswagen, pare godere di ottima salute, macina record di vendite e ottiene risultati di cui beneficia anche il titolo in borsa: sono ancora lontani i record di inizio 2015 a 250 euro, ma i livelli da cui è nata la crisi, sono già stati riacciuffati e in parte superati, il che si traduce in recupero dai minimi superiore al 50%.

Una crisi che si è trasformata in un’opportunità e che non ha nemmeno indebolito un marchio, anzi, lo ha migliorato, rendendolo più trasparente nel rispetto delle regole.

Oggi nella bufera è finita Facebook. Assisteremo alla caduta del gigante oppure a un processo verso una maggiore trasparenza? Verso nuove regole sulla privacy? Vedremo! Intanto portiamo a casa il primo insegnamento in fatto di investimenti: puntare su un solo titolo è sempre sbagliato, quando arriva il giorno in cui l’accumulo dei guadagni viene annullato non avremmo alternative alle perdite. La Standard Oil, per esempio, oggi non esiste più, ma rispetto agli inizi del Novecento l’indice Dow Jones si è moltiplicato per cento.

Il capitalismo non muore, si trasforma.
 

Mercati

Azionario

La metafora in voga sui mercati negli ultimi mesi è stata quella della “Goldilocks economy”. La favola di Riccioli d’oro in un mondo dove tutto è tiepido e quindi buono: l’economia non è debole, cresce ma non troppo, tiepidamente e senza surriscaldarsi, così l’inflazione, i prezzi crescono ma non spaventano né consumatori né banche centrali, così anche i tassi d’interesse possono rimanere fermi e tiepidi. Per gli investitori è il mondo perfetto dove investire, comprando qualsiasi cosa visto che tutto cresce, tiepidamente ma senza rischi né problemi. Quanto può durare questo clima idilliaco?

L’idillio non è mai per sempre. Ciclicamente, di tanto in tanto si vengono a creare quelle fasi di turbolenza che fisiologicamente spingono al ribasso che preferiamo chiamare con il giusto nome e cioè “correzione”. La correzione è una fase utile in quanto creatrice di opportunità. Queste fasi assumono modi, tempi e forme diversi: nel 2016 erano Brexit, nel 2011 crisi Greca, crisi Euro e crisi Btp, nel 2018 crisi Facebook, elezioni politiche italiane e dazi di Trump.

Possono essere questi gli ostacoli di una ripresa economica che per la prima volta gli istituti economici mondiali hanno definito “sincronizzata”?

Possono essere Facebook, i dazi di Trump e l’incertezza politica italiana, temi e problematiche capaci di mettere fine a uno dei più lunghi rialzi azionari della storia?

E se anche questa fosse una perdurante fase di debolezza, sarebbe un problema così grave per l’investitore di lungo termine?

Nel suo libro “The little book of value investing”, Christopher Browne, celebre gestore statunitense, dedica un capitolo ai metodi d’investimento che all’eterna domanda se sia meglio l’investimento di breve o di lungo, risponde: “investire è una maratona, non uno sprint”.

Il premio Nobel per l’Economia del 1990 William Sharpe ha dimostrato che l’investitore sprint, per ottenere lo stesso rendimento nel tempo dell’investitore maratoneta, deve realizzare la “scommessa” corretta nell’82% delle volte, cioè deve produrre un’operazione vincente 8 volte su 10.

Tanta fatica, tanto rischio, per ottenere un rendimento simile a chi ha come unico dovere la regolarità e la pazienza. Tanto più che c’è una strategia efficace che permette al maratoneta di arrivare preparato alla prossima grande corsa al rialzo, ed è il metodo “PAC”: il piano di accumulo del capitale.

Obbligazionario

Dopo Bernanke e Yellen, due colombe (uccello simbolo dell’espansione monetaria), alla guida della FED è arrivato Jerome Powell che ha così sintetizzato la sua attuale posizione: “abbiamo fatto un altro passo in una graduale manovra in corso da anni”, dove la gradualità è il termine simbolo dell’attuale politica monetaria attuata dalle banche centrali. In parole povere: non c’è nessuna fretta di aumentare i tassi, anche perché l’inflazione non sta accelerando. Il programma dell’anno prevede altri due aumenti.

L’attuale situazione internazionale, con la crisi “Facebook”, i dazi di Trump, lo scontro geopolitico tra Europa, Usa, Cina, Russia e Regno Unito, fa pensare che il raggiungimento dell’obiettivo dei 3 aumenti dei tassi per il 2018 sia già un traguardo ambizioso.

Un ammonimento sul mantenimento dell’attuale velocità di crociera in tema di politica monetaria è arrivato dal comunicato finale del G20 di Buenos Aires: “Una veloce stretta monetaria è un rischio per la crescita globale”.

La normalizzazione a cui la Yellen nel suo mandato diede inizio, ora con Jerome Powell ha fatto un altro passo avanti, ma questo come i prossimi, saranno tutti passi da tartaruga.


"Non c'è spina senza rosa"

11 miliardi. Questo è il numero eclatante con cui viene festeggiato un anno di PIR. Numeri che sin dal primo vagito dei Piani individuali di risparmio (PIR), varati con la legge di bilancio 2017, sono stati sempre in crescita. La stima iniziale forse un po’ timida, è stata in quest’anno costantemente corretta verso l’alto fino a raggiungere la cifra finale di 10,9 miliardi(2). Un successo, ed è solo l’inizio, perché ora, dopo il primo rodaggio, dopo essersi conquistati la fiducia, il sistema ci crede, il sistema composto dai risparmiatori che per primi si sono lanciati nell’iniziativa, è giunto il momento delle imprese.

Sino a oggi la liquidità raccolta ha contribuito a migliorare soprattutto i titoli già presenti nel listino, miglioramenti sensibili che si sono visti nei comparti dello Star, delle Mid cap, fino ad arrivare al mercato dell’Aim. Un contributo che ha portato a una vistosa lievitazione delle quotazioni.

La ricerca “I Piani Individuali di Risparmio: gli effetti su domanda e offerta di capitale nel mercato borsistico italiano” curata da Intermonte e dal Politecnico di Milano, ha stimato un rendimento positivo ottenuto sui titoli italiani su cui i Pir possono investire, compreso tra il 12 e il 18%.

È venuto il momento di allargare l’offerta. Nel 2017 sono state solo 8 le matricole del mercato principale (+24 sull’Aim). Il confronto con gli altri Paesi che già hanno adottato strumenti che sono comparabili con i nostri Pir, è impietoso: alle 339 imprese quotate a Piazza Affari, Parigi risponde con 837 società, mentre a Londra sono addirittura 1902.

Il momento è propizio per Milano, tanto che Guglielmo Manetti (vice direttore generale di Intermonte Sim) stima per i prossimi anni l’arrivo di almeno 500 nuove matricole.

Per Milano sarebbe finalmente la consacrazione al rango di Piazza finanziaria europea, ciò che merita. Per l’Italia, come Paese e come sistema d’impresa, con la quotazione, la notorietà, i mezzi freschi, sarebbe la grande occasione per farsi conoscere a livello internazionale.

Per il momento, il listino di Piazza Affari ringrazia, visto che nel 2017 la piazza di Milano ha realizzato una delle migliori performance tra le maggiori borse e anche l’inizio del 2018 risulta essere molto promettente. Effetto Pir.


1) Il Sole 24 Ore, 23 Marzo 2018, articolo a firma di Marco Onago (economista e Docente senior nel Dipartimento di Finanza dell’Università Bocconi di Milano).
2) MF del 23/02/2018 pg.2 Fondi PIR.

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