Basiglio, 3 ottobre 2019

L'opinione di Mediolanum

Oltre le metafore

Si racconta che in una sera di fine anni settanta, Tohru Iwatani, designer di Namco - società di software giapponese nel campo dei videogiochi - uscì con degli amici a mangiare una pizza, e subito dopo aver tagliato il primo spicchio ebbe una folgorazione. Nel piatto aveva visto quello che sarebbe diventato il protagonista del suo prossimo videogioco, quello che da lì a poco avrebbe fatto divertire a livello universale gli uomini e le donne degli anni ottanta, quello che avrebbe aperto la strada a una nuova professione che darà libero sfogo alla creatività della mente umana: Pac-man. Un cerchio giallo con la bocca a triangolo sempre di corsa su e giù per il suo labirinto a scappare dai fantasmi colorati, suoi nemici giurati, che vogliono sopraffarlo, e a mangiare quanti più pallini possibili alla ricerca di quelli super bonus capaci di invertire i ruoli, di trasformare gli inseguitori in cibo.

Ebbene, questo gioco, pur risalente a quasi 40 anni fa, sembra la perfetta rappresentazione metaforica dell’attuale scenario economico mondiale, dove il cerchio giallo rappresenta la crescita sia dell’economia e sia delle borse che hanno come obbiettivo mangiare più puntini possibili per crescere e superare il livello, i fantasmi sono i vari pericoli che si frappongono alla crescita, dalla recessione, al pericolo geopolitico, alla crisi finanziaria, mutando al passaggio di ogni livello, e poi ci sono i pallini giganti, il bonus a cui il cerchio giallo ricorre nei momenti in cui si sente in grave difficoltà. Quei pallini giganti rappresentano gli interventi delle Banche Centrali, che con il loro intervento, vuoi sotto forma di taglio dei tassi, vuoi attraverso gli ultimissimi poteri speciali con l’immissione di nuova liquidità, neutralizzano il nemico, rendendolo inerme o depotenziandolo.

In realtà, se fino a 30 o 20 anni fa, l’epoca in cui Pac-Man spopolava, gli interventi erano limitati e misurati solo nelle situazioni di gravi pericoli, oggi questo interventismo aumenta le sue frequenze, con il rischio che gli interventi perdano quell’efficacia che fino a oggi hanno avuto. È come in medicina, se tutte le volte che il malato ha anche una semplice influenza, si facesse un uso massiccio di antibiotici, questi, che sono da usare in extrema ratio, alla lunga perdono il loro potere curativo.

“La Fed è pronta a immettere sui mercati tutta la liquidità necessaria, in appoggio al sistema economico e finanziario” è la preghiera laica che, dalla famosa crisi del 1987, domata con grande abilità dal banchiere americano fresco di nomina Alan Greenspan, si alza ad ogni crisi. Una frase oramai storica tanto da rappresentare una pietra miliare del tempo che stiamo vivendo in cui le Banche Centrali hanno “fatto tutto il necessario” stendendo quella rete di protezione immaginaria che ha sempre salvato il mercato dei capitali tenendolo in vita. Sempre, tranne in quel 2008, quando altre scelte culminate con il fallimento Lehman Brothers, hanno rischiato di portare il mondo a vedere il baratro. Da quel giorno le Banche Centrali devono aver detto “mai più”, mai più un rischio del genere.

Da quel giorno la rete di protezione è diventata preventiva, al primo focolaio di crisi subito arrivano i pompieri con idranti di liquidità, anche quando magari sarebbe sufficiente un semplice secchio d’acqua.

È per questo che stupiscono le dichiarazioni di richiesta di maggiore interventismo da parte di personaggi illustri e competenti in materia come l’ex Segretario al Tesoro Usa ed eminente economista Larry Summers che, a giugno scorso, ha dichiarato “il migliore modo per assicurarsi contro una recessione o un rallentamento economico sarebbe che la Fed tagliasse i tassi di 50 centesimi in estate e, se necessario, di altri punti in autunno. Se è naturale che queste dichiarazioni e questi desideri circolino sui mercati tra gli operatori, che dell’espansione si nutrono per far lievitare i propri investimenti, le stesse stridono se a pronunciarle sono istituzioni o personalità che hanno come unica responsabilità la tutela e la preservazione del sistema. Dichiarazioni e richieste di aiuto che possono sembrare più di un’eccessiva prevenzione, che stupiscono, perché l’economia nonostante i numerosi allarmi provenienti quotidianamente dai media, si trova tutt’ora in una fase espansiva, un ciclo record iniziato 10 anni fa e che tutt’ora sembra in grado di continuare la sua marcia verso il progresso. Perché intervenire con nuovi aiuti?

In epoche passate, diciamo classiche per comodità, le Banche Centrali non erano protagoniste, avevano un ruolo importante ma silenzioso, dovevano mantenere in equilibrio il sistema, mitigare la crescita quando si impennava troppo e attutire le cadute in recessione cercando di renderle soft, permettendo al mercato, una volta guarito di riprendere la crescita.

Oggi, dal ruolo di arbitro sono passate a quello di protagoniste e soprattutto, intervengono anche quando non sembra necessario. Alcune sembrano addirittura superarsi per divenire parte attiva del sistema, come per esempio la Banca Centrale svizzera che alcuni operatori considerano un vero proprio hedge fund in quanto acquirente sul mercato, non solo obbligazioni, ma anche titoli azionari. O la banca centrale del Giappone che dopo essere stata un pioniere nello stampaggio del denaro, oggi alla disperata ricerca di rendimenti, compra i bond più svariati, purché se ne possa guadagnare sterilizzando la percezione del rischio, arrivando ad investire anche in Etf.

La spiegazione di questo eccessivo attivismo la possiamo trovare nella risposta che Ben Bernanke, in un’intervista rilasciata al network CBS all’inizio del 2009, diede alla domanda “avete stampato denaro?” “Sì – disse - è come se lo avessimo fatto, abbiamo bisogno di farlo perché la nostra economia è molto debole e l’inflazione è molto bassa. Quando l’economia comincia a riprendersi, quello sarà il momento in cui dovremo fare marcia indietro con i nostri programmi, alzare i tassi d’interesse, ridurre l’offerta di moneta e assicurare che la ripresa del ciclo non comporti inflazione”.

Così è successo, l’esperimento è riuscito perché la crescita è tornata anche prima del previsto, una crescita che però ancora non ha stimolato in pieno il ritorno dell’inflazione, e questo è solo uno dei motivi per cui il programma di stimoli ancora non è stato ritirato, anzi a tempi alterni, come dimostra l’ultima iniziativa di Mario Draghi, questi stimoli vengono riproposti in forme blande o aggressive, a seconda dei casi.

Ma il vero motivo per cui questa fase espansiva sembra prolungarsi quasi all’infinito, lo troviamo nella seconda parte di quell’intervista quando Bernanke elenca i principali errori commessi nell’affrontare la crisi del 1929, errori che comportarono il radicamento della deflazione e la degenerazione di una fase recessiva in una catastrofica depressione. Errori che elenca con precisione: “… uno fu quello di lasciar contrarre l’offerta di moneta (il contrario del QE) in modo molto acuto, i prezzi scesero, ci fu la deflazione, la politica monetaria in effetti diventò molto restrittiva; il secondo errore fu di lasciar fallire le banche, non fecero alcun serio sforzo per impedire il fallimento di migliaia di banche, e quei fallimento ebbero effetti terribili sul credito e sulla capacità dell’economia di risanarsi”.

Ecco spiegata la paura più grande, una paura più psicologica che concreta e reale. Il pensiero corre subito al 2008, al settembre di quell’anno, esattamente 11 anni fa, quando il sistema permise il fallimento di Lehman Brothers, un rischio e un errore che fu subito compreso, tanto che a Lehman, sebbene gli istituti in difficoltà fossero molti, non seguì più nessun fallimento. Le banche, specie nelle fasi di crisi, sono degli elementi preziosi da tutelare, certo punire se colpevoli, ma in ogni caso da proteggere finché la crisi non viene superata. Un’esperienza e un errore che anche qui in Italia abbiamo commesso con il bail-in, e che anche qui abbiamo compreso che era meglio non riprodurre nel tempo.

C’è chi, come l’illustre columnist del Financial Times Martin Wolf, accusa l’attuale sistema di strapotere finanziario, una dominanza che, spiega in una sua recente iniziativa editoriale, non fornisce sufficienti benefici all’economia reale, un processo che in conclusione potrebbe portare la gente a perdere fiducia “nella capacità del capitalismo democratico di funzionare bene per tutti”. (Fonte: La Repubblica, 22 settembre 2019)

In effetti, che in questo prolungamento del bengodi monetario che si protrae ormai da più di 10 anni senza che ci sia una reale necessità vitale, ci sia grande influenza e pressione da parte della finanza internazionale, il dubbio viene, ma d’altro canto, l’aspetto positivo è che se il problema è dovuto alla finanza, come ha dimostrato l’esperimento recente, le contromisure sono facili da trovare. La finanza è una vitamina per l’economia che le dà vigore ed energia per correre, ma non deve mai diventare un doping. Gli effetti collaterali di questo eccesso stanno emergendo in modo più che evidente, il primo fra tutti lo si trova nel mercato obbligazionario dove ormai 14 trilioni di titoli di stato mondiali hanno un tasso di rendimento negativo. Cioè il creditore paga per prestare il suo denaro, una cosa che stravolge gli insegnamenti classici dell’economia. Un effetto che ora rischia anche di condizionare il mercato obbligazionario societario, dove ormai più di una multinazionale offre ai sottoscrittori un rendimento negativo.

Per inciso, in queste fasi delicate e irte di pericoli e trappole, la diversificazione e il supporto di un professionista, sono ancor più preziosi e importanti, affinché aiutino a capire contesto, prospettive reali e aspettative, per evitare le illusioni e le spiacevoli delusioni dettate da scelte troppo avventate.

Ad ogni modo, la recente dichiarazione di Mario Draghi sembra correre in soccorso: successivamente a un nuovo, ed eccezionale, intervento di stimolo ha dichiarato “è arrivato il momento che la politica fiscale assuma il controllo”. In altre parole, le Banche Centrali con la politica monetaria in questi anni hanno fatto il proprio dovere e di più, ora tocca agli stati aprire i portafogli ed intervenire con un sostegno che non sia più d’aiuto esclusivamente alla finanza, ma soprattutto ora è il momento di agire a sostegno dell’economia reale.

I pallini bonus di Pac-Man saranno sostituiti da altrettanti jolly che dovrebbero rendere l’impresa contro i fantasmi ancor più facile. Tradotto in investimenti questo sostegno dovrebbe permettere il risveglio anche dei prezzi al consumo.

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