Basiglio, 2 luglio 2020

L'opinione di Mediolanum

Banche centrali: le nuove star mondiali

Dal whatever it takes di Mario Draghi alle ultime dichiarazioni della Lagarde con cui promette in caso di necessità misure imponenti, in mezzo ci sono otto anni di sostegno del banchiere centrale di turno. Un ruolo questo non più sconosciuto ma diventato oggi popolare e sempre più salvifico.

“Sei bella come il whatever it takes” di Mario Draghi è un graffito romantico apparso su un muro qualche mese fa, probabilmente di un ragazzo che per età e limiti economici non aveva nessun investimento nei Btp, nei titoli di stato italiani denominati in quella moneta, l’Euro, che proprio Mario Draghi, grazie alla sua caparbietà e credibilità internazionale, in un pomeriggio di mezza estate riuscì a salvare.

“Whatever it takes” il superlativo assoluto della bellezza negli occhi di questo innamorato, viene consacrato ora dall’enciclopedia Treccani come una delle frasi emblematiche della storia, non più solo di economisti e investitori, ma dell’intera società.

Ma per comprendere meglio quanto fu importante il gesto e quelle parole di Mario Draghi, quale fu la potenza e l’esito salvifico, bisogna fare un viaggio nel tempo di otto anni, a quell’estate del 2012, un’estate bollente per l’Europa, l’ennesima dopo che nella precedente avevamo subito sulla nostra pelle un attacco speculativo al nostro debito. La finanza internazionale si era ora buttata contro la Spagna dove era in corso una crisi bancaria e ostinatamente contro la Grecia, dove una situazione politica incerta e traballante faceva da propellente a un’instabilità che porgeva il fianco agli attacchi esterni della speculazione. L’Europa era teatro di focolai finanziari infettivi, era necessario l’intervento di un medico, di un vaccino, o necessariamente di una terapia immediata affinché la situazione non degenerasse diventando pandemia. Il medico, un luminare, virologo ed esperto di qualsiasi malattia che possa colpire l’economia, l’avevamo in casa, e fortunatamente in quel momento si trovava al vertice della più importante istituzione finanziaria europea, la Bce, e proprio da quel posto di comando e con i poteri che gli furono conferiti, lanciò l’attacco per respingere i nemici dell’Unione Monetaria. “Whatever it takes” dichiarò da Londra, la piazza finanziaria europea per eccellenza sebbene non facesse parte dell’Euro, una dichiarazione calcata con il rafforzativo “e credetemi, sarà abbastanza”. Il mercato per qualche minuto letteralmente impazzì, il nostro Btp recuperò molto del terreno perduto, i nostri tassi furono limati in modo sensibile, la speculazione ribassista schizzò in alto come i birilli colpiti da una palla da bowling. Mario Draghi aveva fatto strike! Fu una vittoria per l’Euro. Oggi, otto anni dopo, con il riconoscimento della Treccani arriva il successo personale. “Costi quel che costi” è la traduzione adottata dalla prestigiosa enciclopedia, ed è doveroso ricordare che la Bce tramite Mario Draghi, il 26 luglio 2012 non usò nemmeno un cent per rispondere al denaro nemico, spese solo la sua credibilità e la sua autorità.

Il denaro arriverà successivamente, e sarà un fiume di moneta.

Per Mervyn Allister King, autorevole ex governatore della Banca Centrale d’Inghilterra il mestiere del banchiere centrale deve essere essenzialmente noioso, per i membri della Fed degli anni ’60 il ruolo doveva essere silenzioso, lontano dalle luci della ribalta, tanto che Roberto Solow (Nobel per l’economia) usava una metafora efficace per chiarire il ruolo, dicendo che i banchieri centrali sono come le seppie, emettono una nuvola d’inchiostro e scivolano via. Erano altri tempi, ora viviamo momenti in cui la comunicazione è quasi più decisiva dei fatti, o meglio ne è un’anteprima che definisce l’efficacia delle azioni, e Draghi questo l’aveva capito. Il graffito sul muro, come la certificazione della Treccani, stravolgono un mondo, che prima era oscuro ai più, e che ora diventa pubblico, pop, con i riflettori sempre accesi sulle sue figure rappresentative.

Ed è da queste considerazioni di notorietà che si deve cominciare per capire l’attuale situazione dei mercati, dove a una condizione economica tutt’ora debole, pesante nelle cifre di passività, fanno da contraltare dei numeri sui mercati che si possono dire stratosferici se non altrimenti incredibili a una lettura distratta e superficiale, perché quei numeri strabilianti una o più motivazioni per giustificarli ce l’hanno.

“Wall Street trimestre da record…” titola in prima pagina il Sole24Ore, un risultato che, ricorda il quotidiano economico, non si vedeva in queste dimensioni dal 1975. Risultati strabilianti per il contesto in cui si stanno creando, ma strabilianti soprattutto se pensiamo a dove erano finite le borse in marzo e da quali fosche previsioni erano accompagnati quei difficili momenti. Solo pochi numeri per contestualizzare il presente: dalla parte delle Borse abbiamo un Nasdaq che veleggia in testa con un +43,61% di recupero dai minimi di Marzo, seguito dal 43,29% del Dax di Francoforte, il 36% del Nikkei di Tokyo, percentuali simili per S&P500 (l’indice più importante al mondo), l’Eurostoxx e il Cac di Parigi, fino al +28% di Milano. Queste le luci. A fare da contraltare le ombre, le cifre recentemente elencate da Gita Gopinath, il capo economista del Fondo Monetario Internazionale, con una serie di dolenti note che cominciano con il dato principale, e cioè di quanto sarà il pegno pagato dall’economia mondiale al Covid e al periodo di, un conto da pagare che si riassume in quel -4,9% (ben più alto del 3% previsto ad Aprile) e che consiste in una media su cui oscillano valori estremi, dal -10% dell’Europa, il -8% degli Usa, e dall’altra la Cina che sarà l’unica economia a crescere con un +1%, fanalino di coda l’Italia con il -12,8% in costante fase di revisione. Questo è il Pil mondiale, una cifra simbolica a cui si aggrappa tutta una serie di voci più attinenti alla realtà di imprenditori e cittadini, come la disoccupazione, la produzione industriale, gli ordinativi ed i consumi, tutte cifre che nonostante qualche eccezione, segnano ancora difficoltà. Ma l’FMI tramite il suo economista, regala anche numeri che fanno intravedere la luce in fondo al tunnel, infatti per il 2021 il Pil è visto in pronta ripresa con un rimbalzo del 5,4%, una cifra che può suturare molte ferite, ed è grazie a questo numero, seguendo l’antico adagio che i mercati anticipano sempre, che per molti opinionisti si giustifica l’attuale effervescenza delle borse.

La motivazione è un’altra e cioè l’impressionante lavoro prodotto negli anni da Mario Draghi, un lavoro che negli ultimi mesi è diventato corale, coinvolgendo tutte le principali banche centrali del mondo, e che ha scatenato un fiume di denaro che da marzo a oggi, solo per Bce, Fed e Banca del Giappone è quantificabile in 19,1 trilioni di dollari. Cifre impensabili fino a qualche tempo fa, come era impensabile che per il cittadino comune il governatore diventasse protagonista quanto e più di un capo di governo politico o di una rock star. Protagonisti che non smettono di stupire, e che da soli sembrano sorreggere il mondo come colonne di emergenza, perché al fiume di liquidità incessante che serve a mantenere fertile il sistema economico, si aggiungo misure ancor più straordinarie, come l’acquisto di titoli pubblici anche declassati a livello di rischio, o come ultimamente annunciato dalla Fed, un programma di acquisti da ulteriori 750 miliardi di dollari per comprare sia tramite Etf sia direttamente, obbligazioni societarie, una misura che serve a sostenere il debito privato.

Alla vigilia di un’estate, che spesso per la finanza si rivela una stagione di bruschi temporali, la Lagarde ha voluto subito mettere le cose in chiaro dichiarando che la Bce e tutte le banche centrali del mondo, sono pronte a ulteriori risposte imponenti all’attuale crisi. Non è un “whatever it takes”, questo è molto di più, perché alle parole si aggiungono fatti e moneta battuta a ritmo costante.

Ma la politica monetaria non è più sola in questa battaglia. Nel 2009 ha dovuto risolvere la crisi solo con misure finanziarie, ma oggi, con una pandemia che ha colpito il mondo in ogni latitudine e longitudine, la politica monetaria non basta più, ci vuole l’intervento di quella fiscale che sembra svegliarsi da un torpore durato troppi anni.

E anche per questo dobbiamo dire grazie a Mario Draghi, che sempre da Londra, dalle colonne del Financial Times, a marzo ha fatto squillare le trombe affinché tutte le cancellerie d’Europa ascoltassero, “la perdita di reddito subita dal settore privato, ed il debito raccolto per colmare la differenza, devono alla fine essere assorbiti, in tutto o in parte, dai bilanci degli stati. Livelli di debito pubblico molto più elevati diverranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati da cancellazione di debito privato”. Il messaggio è che la politica europea ha bisogno di un cambio di mentalità, il rischio è che questa pandemia possa scatenare una crisi simile agli anni ’30, e perché ciò non avvenga bisogna togliere limiti e rompere tabù.

Il Recovery Fund, o come viene chiamato “Next Generation UE” è sicuramente un passo necessario da compiere. Se a questo aggiungiamo che il rendimento del titolo di stato Usa a 10 anni nel 2009 era a 2,89%, mentre a marzo di quest’anno ha toccato il livello minimo di 0,54%, comprendiamo bene che non solo il mercato azionario è l’unica strada per trovare un rendimento, ma che tutte le forze, monetarie e fiscali, stanno premendo per spingere in quella direzione, rendendo l’investimento un luogo virtuoso.


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