Basiglio, 17 gennaio 2019

L'opinione di Mediolanum

Di “crisi” in “crisi” verso nuove opportunità

Negli ultimi 10 anni, dallo scandalo Bernie Madoff (1) ai giorni nostri, più volte abbiamo letto e ci siamo sentiti ripetere che quella del 2008 era solo l’inizio di una crisi ancora più grande. Da allora a oggi tutti gli ostacoli trovati sul percorso, di volta in volta, sono stati presi a pretesto per fare del sensazionalismo, salvo poi risultare veri buchi nell’acqua. Ricordate la crisi immobiliare a Dubai? Era il 2010. O quella cinese? Oppure quelle dei referendum in Catalogna e in Italia? Stessa cosa per il problema Corea del Nord, o quello dei “Pigs”, o per il crollo del Petrolio - poi risalito e nuovamente sceso - o per quello della Grecia che doveva uscire dall’Euro. Infine, ma non per importanza, per la Brexit.

A proposito di Brexit, prima del referendum del 2016, Mark Carney, governatore della Banca d’Inghilterra, spaventò gli inglesi dicendo che nel caso di voto favorevole all’uscita dall’Europa, l’Inghilterra sarebbe caduta in recessione. Recessione che, grazie a un ciclo economico espansivo mondiale ben avviato, fortunatamente non c’è stata, tanto che la stessa Banca d’Inghilterra, per voce di uno dei suoi economisti, con onestà intellettuale dovette ammettere di essersi sbagliata. Oggi la stessa Banca d’Inghilterra ammonisce le autorità impegnate nella “trattativa Brexit” evidenziando che senza un accordo chiaro e definitivo, sul sistema si riverserebbero effetti negativi e gravi.

Possiamo ancora credere a queste previsioni? Seppur prodotte da illustri autorità, spesso dimostrano di essere fallaci e sembrano avere l’unico effetto di confondere invece di essere a nostro supporto. Meglio a questo punto usare il buon senso che sempre ci suggerisce di vedere i momenti di debolezza non come un pericolo bensì come occasione e opportunità per nuovi investimenti a prezzi vantaggiosi.

 

Mercati

Azionario

“È vero che le Borse possono prevedere il ciclo economico. Wall Street ha previsto nove delle ultime cinque recessioni". Con questa frase, piena dell’inconfondibile ironia che era poi il suo marchio di fabbrica, Paul Samuelson (2) irrideva il mercato azionario mettendone a nudo la scarsa affidabilità. Una frase valida anche dopo molti anni dall’essere stata pronunciata proprio perché adatta all’attuale fase di debolezza delle borse. Una debolezza accentuata tanto da aver fatto registrare uno dei mesi di dicembre peggiori della storia, peggiore anche rispetto a quello del 1980 e paragonabile solo a quello del 1931 - gli anni della “Grande Depressione. Che è stata scatenata dalla paura del ritorno della debolezza economica che si riassume con un solo termine: Recessione.

Perché se è vero che ogni ciclo economico e ogni ciclo rialzista portano molte novità, creano nuovi prodotti, nuovi neologismi, nuove teorie, nuove scoperte e nuove mode, con nuovi protagonisti, alla fine a decidere se ci sarà rialzo oppure ribasso è sempre e solo un indicatore, e cioè l’economia. Se l’economia si espande avremo un rialzo, la cosiddetta fase Toro, se invece decresce (Recessione) ci sarà il ribasso e a dominare sarà l’Orso.

Ma davvero la Recessione è il pericolo, oppure, come sarcasticamente ci ricorda Samuelson siamo davanti a uno spaventapasseri?

La Recessione oggi fa particolarmente paura in primo luogo perché siamo al nono anno di espansione economica mondiale (chi più e chi meno) e siamo al nono anno di rialzo delle borse (chi più e chi meno). Esiste un’intera generazione di operatori, investitori, risparmiatori che conosce il termine solo in maniera teorica ma non l’ha mai sperimentato nella pratica, dunque ne ha paura. Inoltre, quando i mercati sono saliti molto, al primo accenno di correzione, chissà perché nei risparmiatori nasce sempre quella strana vertigine, questa paura di cadere, vuoi perché l’altezza fa paura vuoi perché, spesso, si è comprato e si è entrati in borsa sempre troppo tardi.

Un altro motivo che spaventa invece gli investitori professionisti, è dato dalla statistica compilata dallo “Stock Trader’s Almanac”, l’annuario che gli operatori di New York venerano come un testo sacro dalle cui serie storiche pretendono veggenza. Vi si legge il passato per capire il futuro. Tra le statistiche di questo testo i professionisti trovano l’elemento di disturbo: scoprono infatti che una sola volta, nel 1980, ci fu un mese di dicembre altrettanto brutto come quello appena passato. Un segnale poco promettente anche perché nelle ultime sei volte in cui è mancato il rally di Natale, l’anno seguente si è sempre rivelato deludente per Wall Street: andamento piatto (in 3 casi) o ribasso (negli altri 3), persino un crollo (nel 2008).

Il 2008 è l’anno che ricordiamo come quello della grande crisi. Crisi che però nessun economista e investitore professionista (tranne rari casi) riuscì a prevedere. Anzi, al principio di quell’anno ottimismo e aspettative positive erano generalizzate. A confermarlo fu la critica uscita in prima pagina sul Corriere della Sera nell’Ottobre del 2008 firmata dal noto politologo Giovanni Sartori. Un editoriale aspro e pungente che si scagliava contro gli economisti, definiti dal Professore come incapaci di prevedere le crisi, e peggio, di essere una delle cause scatenanti di quella del 2008.

Forse quello di Sartori è stato un giudizio severissimo, ma è altrettanto vero che, ricordando anche gli esempi dati dalle errate previsioni precedenti l’elezione di Trump o quelle della Brexit, gli economisti non si sono certo distinti per lungimiranza. Ed è principalmente per questi motivi che, per farsi un’idea del presente e del futuro dei mercati, è preferibile tralasciare sia l’uso della statistica e sia quello delle previsioni, ma è più utile affidarsi ai dati reali, anche perché ogni caso fa storia a sé.

Quest’epoca di espansione, che come abbiamo ricordato è giunta al nono anno consecutivo di crescita generale, negli indicatori economici non mostra ancora nessun segnale di affaticamento grave, ma solo di possibile rallentamento. L’economia anche nel 2018 registra un segno più consistente: il mercato del lavoro è ancora in crescita, in particolare negli Usa dove la disoccupazione è a livelli minimi, consumi privati sono ancora sostenuti, in campo energetico e tecnologico sono in corso profonde trasformazione, gli utili delle società sono in costante rialzo, quest’anno addirittura in doppia cifra, e la politica monetaria, grande multivitaminico del ciclo, nonostante questa positività generale si trova ancora in fase espansiva con rialzi dei tassi frazionali e del tutto impercettibili.

È giusto dunque essere sempre attenti e prudenti ma lo è meno essere troppo allarmisti. Perché se è vero, come ricorda il Nobel Paulson, autore del “Manuale Samuelson”, il testo più studiato in tutte le facoltà di economia del mondo, che Wall Street spesso eccede nel prevedere le Recessioni, spesso sono meno di quelle che ha paventato. Nella maggioranza dei casi, il ribasso viene archiviato non come l’anticipo di un evento nefasto, bensì come una semplice correzione, una pausa in un lungo percorso al rialzo. Per capirlo, basta ricordare il 1987 e il 1998, quando Wall Street cadde anche più del 20% dai precedenti massimi, salvo poi a distanza di qualche mese, ritrovarsi su nuovi massimi, ben superiori anche ai precedenti.

Obbligazionario

“I hope the people over at the Fed will read today’s Wall Street Journal Editorial before they make yet another mistake. Also, don’t let the market become any more illiquid than it already is. Stop with the 50 B’s. Feel the market, don’t just go by meaningless numbers. Good luck!” Questo è stato il tweet che il Presidente Donald Trump ha scritto il 18 dicembre alla vigilia della conferenza di fine anno di Jerome Powell presidente della Fed. Sembra essere il principale motivo che ha creato sfiducia nei mercati e conseguentemente il successivo sensibile ribasso generalizzato.

È stata una esplicita richiesta affinché la Banca Centrale USA leggesse gli “allarmi” economici apparsi sul Wall Street Journal, e che questi allarmi portassero a più miti consigli rispetto ad una politica sui tassi ritenuta aggressiva.

In parole semplici, Donald Trump ha iniziato - cosa mai successa prima - a fare pressioni sulle decisioni della Fed, un ente di assoluta indipendenza, considerato dal mercato come un faro e una guida, e con reputazione e stima incrollabili. Per questo, alle pressioni e alle minacce della politica, il mercato ha fatto seguito con un’esplicita disapprovazione, spingendo tutto al ribasso. La Fed e il suo presidente devono rimanere indipendenti, questo è il messaggio nemmeno tanto velato. Ma il danno peggiore è stato quello di spingere la Fed, che davanti al mondo doveva dimostrare le proprie autorità e autonomia, a prendere una decisione “forzata” cioè alzare nuovamente i tassi d’interesse, scelta che in circostanze diverse e senza pressioni esterne, probabilmente non avrebbe fatto. Infatti, nel comunicato finale del presidente Powell in cui si conferma il giudizio sulla forza dell’economia americana e su un’espansione che rimane tonica, per quanto riguarda i tassi d’interesse si legge che ci sarà una riduzione di velocità: il 2019 vedrà probabilmente due aumenti invece che tre.

Perché questa decisione? Prima di tutto perché la finanza e le borse sono in una fase particolarmente delicata, stanno soffrendo l’eccesso di velocità sui rincari del denaro, in secondo luogo perché l’economia corre ma non è in fase di surriscaldamento e infine perché non c’è nessuna fretta, visto che il tasso d’inflazione è su livelli ancora inferiori alla soglia di guardia. Il mercato obbligazionario questo lo sa, difatti sono settimane che il tasso sul TBond a 10 anni - uno dei principali indicatori per il mercato dei titoli di stato - sta lentamente ma progressivamente flettendo, dai massimi della scorsa estate in cui il rendimento viaggiava intorno al 3,20%, oggi siamo scesi su livelli inferiori persino al 3%. Forse è il segnale che la politica monetaria futura sarà meno aggressiva di quanto in precedenza si pensava.

Se però da una parte ci sono i prezzi delle obbligazioni USA che salgono - per la correlazione inversa dello strumento: quando il rendimento del titolo di stato scende, il prezzo sale – dall’altra ci sono i Titoli di Stato italiani che oscillano violentemente. Secondo alcune previsioni delle maggiori banche internazionali, il Btp nel 2019 rischia un nuovo tracollo con relativo balzo dei rendimenti. Un rischio per chi vuole comprare oggi, un vantaggio per chi vorrà comprare in futuro. Se ne deduce che il mercato obbligazionario sarà ancora ballerino. Per ovviare a questa diversità di andamento, la soluzione è sempre data dai fondi obbligazionari. Strumenti che permettono di investire diversificando nel mare magno dei titoli di questo comparto, si diluisce quindi il rischio e al tempo stesso si beneficia delle cedole comuni che i titoli in questione staccano, proteggendo il capitale in vista di rendimenti futuri più allettanti. Perché in fondo la crescita economica porterà tassi più alti, e tassi crescenti, se fatti con gradualità, sono il sintomo di un’economia in piena salute.


1) L'11 dicembre 2008 Bernard Madoff è stato arrestato dagli agenti federali con l’accusa di truffa ai danni dei suoi clienti che ha generato un ammanco pari a circa 65 miliardi di dollari (60 miliardi di euro). La sua società si è rivelata come un gigantesco schema Ponzi. Rispetto agli altri hedge fund Madoff non ventilava profitti del 20-30%, ma un più credibile 10% annuo costante a prescindere dall'andamento del mercato. La truffa consisteva nel fatto che Madoff versava l'ammontare degli interessi pagandoli con il capitale dei nuovi clienti. Il sistema saltò nel momento in cui i rimborsi richiesti superarono i nuovi investimenti.
2) Paul Samuelson è stato un economista statunitense, vincitore della John Bates Clark Medal nel 1947 e del premio Nobel per l'economia nel 1970, «per l'opera scientifica attraverso la quale ha sviluppato la teoria economica statica e dinamica, e contribuito attivamente ad aumentare il livello dell'analisi nella scienza economica». È stato uno dei Nobel per l’economia più famosi, il primo tra gli americani, tanto stimato da essere definito lo scienziato dell’economia.

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