Basiglio, 11 aprile 2019

L'opinione di Mediolanum

L’intervento di Mario Draghi

Dai 259 miliardi del 2017, gli NPL ancora in carico alle banche italiane, a fine 2018 sono calati del 20%, a 206. Una buona notizia, risultato di una operazione di grande sacrificio che le ha portate a svalutare questi asset per potersene liberare e poi ripartire.

I bilanci delle banche sono dunque in fase di piena pulizia, a dieci anni dallo scoppio della grande crisi finanziaria, e soprattutto dopo una lunga e insidiosa recessione, o più precisamente stagnazione economica, avvenuta tra il 2011 e il 2012, finalmente si vede la fine del tunnel. Il processo di dismissione della “grande zavorra” è in fase avanzata, dunque il futuro della nostra economia, che è legato a doppio filo alle dinamiche bancarie, ha davanti a sé orizzonti di gloria?

Probabilmente non ancora. Perché se da un lato si registra la diminuzione del carico di NPL che negli anni ha appesantito le nostre banche rendendole, rispetto ai competitor, sempre claudicanti, dall'altro invece l’economia italiana sembra avviata a ritornare nelle secche della recessione. Certo, per ora solo tecnica (cioè 2 trimestri consecutivi), una formalità di contabilità nazionale, che tuttavia non è un bel segnale. Per ora è solo una spia che si accende nel quadro di controllo.

Dunque, se da un lato le banche stanno eliminando la spazzatura creditizia, dall’altro ci sono nuove sofferenze in entrata, poiché, avviandoci a una nuova fase di debolezza economica, con la fiducia che viene minata alle fondamenta, nuove imprese rischiano di non poter far fronte ai propri debiti bancari. Immaginiamo le nostre banche come un veliero preso a cannonate dalla crisi e di conseguenza pieno di falle. In tutti questi anni si è affannato in prima battuta a svuotare l’acqua imbarcata e poi a riparare tutti i danni lasciati da ogni crisi. Si ritrova ora, a veder riaprire le stesse falle appena chiuse. Di tanta acqua si è svuotato il veliero, e di altrettanta acqua sembra nuovamente riempirsi. Questo perché, per tanti NPL che sono stati (s)venduti, tanti altri prestiti rischiano di subire la stessa sorte, e cioè entrare in quel deteriorante processo che li trasformerà prima in crediti deteriorati, poi inesigibili, sino allo status di sofferenze, ovvero la malattia più acuta del prestito che diventa nuova zavorra per la banca.

Nonostante le notevoli evoluzioni del mercato del credito, l’Italia è ancora un sistema principalmente bancocentrico, dove banche e imprese hanno un destino legato a doppio filo: se l’economia soffre, le imprese italiane entrano in crisi in un effetto domino che finisce per travolgere il sistema bancario che è, come abbiamo detto, ancora oggi il principale canale di finanziamento per lo sviluppo del nostro sistema imprenditoriale.

Dieci anni dopo la grande crisi finanziari del 2008, ancora l'economia italiana non riesce a uscire da questa situazione di impasse. Eppure, la grande crisi del credito mondiale, dovuta principalmente all’abuso della leva finanziaria, che ha fatto letteralmente lievitare le quotazioni dei titoli denominati “tossici”, tra i quali i mutui subprime, inizialmente non aveva per nulla toccato le banche italiane. Tanto che in quell’epoca di euforia finanziaria, i nostri istituti erano considerati arretrati perché troppo prudenti nell'esporsi su quegli strumenti rischiosi. Se non proprio sani, quelli italiani, erano meno malati rispetto a tutti gli altri istituti mondiali. Purtroppo, la politica non è stata efficace nel prevenire gli effetti della crisi, prima finanziaria e poi inevitabilmente economica, che ha letteralmente travolto il nostro sistema.

L’introduzione del “bail in” è l’esempio più eclatante di questa mancata lungimiranza. Eppure, anche stavolta sarebbe bastato fare tesoro della storia. Di quanto occorso nel 1990 in Giappone, a Tokyo, quando si verificò lo scoppio di una bolla immobiliare gigantesca che prima fece crollare l’indice di Borsa Nikkei e successivamente tutte le società immobiliari e bancarie del Sol Levante. Il Giappone entrò in una lunga e severa recessione, per il periodo tra il 1991 e il 2001 il paese si ritrovò a crescere ad una media dello 0,72%, un crollo rispetto ai ritmi a cui era abituato precedentemente alla crisi (3% annuo dal 1973 al 1991, 8% dal 1955 al 1973), tanto che quel periodo di stagnazione fu soprannominato il “decennio perduto”.

Le cause di quella crisi, dopo anni di analisi, sono oggi ben conosciute: la banca centrale aveva iniziato a ridurre i tassi di interesse fino a comprimerli sullo zero (situazione che perdura tutt’ora), ci furono riduzioni delle tasse, un combinato di politica monetaria e fiscale che risultò inefficace e la deflazione, un male subdolo che inibisce la volontà di investimento e di prestiti di imprese e banche, che attendono sempre prezzi inferiori per intervenire.

Ma il problema maggiore fu il crollo della produttività, dovuto principalmente a due fattori, la riduzione dell’orario di lavoro e l’incapacità del sistema finanziario di allocare le risorse su investimenti produttivi. Incapacità dovuta al legame pubblico del sistema bancario e alla cattiva ricapitalizzazione delle banche che in parte ha tolto risorse e dall’altro non ha permesso una completa guarigione agli istituti fiaccati dalla precedente bolla. Perché se dalla crisi del 2008 le banche occidentali escono malconce a causa dell’indigestione dei titoli tossici, nella bolla immobiliare giapponese dei primi anni novanta, le banche nipponiche si trovavano gravate dei titoli ipotecari oggetto della sopravvalutazione. E non è questa l’unica somiglianza tra le crisi, c’è il crollo della produttività, c’è la riduzione dei tassi d’interesse sino a quota zero, c’è la riduzione dei prezzi al consumo (inflazione), c’è il debito pubblico elevato e c’è il totale coinvolgimento del sistema bancario e la cattiva gestione nella risoluzione della crisi.

2008-2018, oggi il “decennio perduto” tocca il nostro Paese, ma una buona notizia c’è, recentemente il Wall Street Journal ha segnalato il miglior comportamento rispetto allo scorso anno della nostra borsa nel primo trimestre 2019, una sovraperformance sia rispetto alle borse europee e sia a Wall Street. La motivazione di questa positività, scrive il giornale americano, è ascrivibile alle basse valutazioni raggiunte dai titoli azionari, alla spasmodica ricerca di rendimenti obbligazionari e alla fame di rendimenti dei grandi investitori, dai gestori finanziari ai fondi pensioni, che negli strumenti del Made in Italy trovano soddisfazione.

Gli strumenti del Made in Italy, di quest’appetito possono avvantaggiarsi, anche perché, rispetto al resto del mondo, già ampiamente emerso dalla crisi, hanno molto terreno ancora da recuperare. L’importante ora è riuscire ad allontanare il fantasma della preoccupazione per una nuova recessione che metterebbe in crisi prima di tutto il nostro sistema bancario.

Fortunatamente, dalla nostra parte, come un angelo custode, c’è Mario Draghi, che già a dicembre, quando il clima sembrava volgere al brutto, lo aveva rasserenato dicendo che non c'era recessione sui radar, e che in ogni caso la “cassetta degli attrezzi (questa è la metafora usata dal presidente della Bce) è sempre pronta all’uso” e soprattutto “che il QE è parte integrante degli strumenti presenti nella cassetta degli attrezzi”. Un avviso che il pragmatismo, la serietà, e in particolare la preparazione e la lungimiranza di Draghi, ha subito traslato dalle parole ai fatti. Nell’ultima riunione di inizio Marzo, Draghi ha fatto l’annuncio che ha stupito molti per prontezza: la prima novità è la proroga dei tassi zero fino, almeno, alla fine del 2019 (in precedenza il limite era l’Estate) e la seconda è l’avvio per settembre di un nuovo TLTRO, quell’operazione tecnica che serve a facilitare nuovi prestiti nei confronti di tutte le banche europee.

Le conseguenze di queste mosse sono molte e sono tutte positive, in primis dal punto di vista politico, Draghi ha un mandato in scadenza a Novembre di quest’anno, il timore di tutti è che il prossimo presidente sia più rigido e che abbia residenza in terra di Germania, il fatto che Draghi non solo abbia annunciato una nuova operazione di stimolo monetario e che abbia allungato il periodo di tassi zero, assicurerà espansione anche con il prossimo presidente. Poi, seguendo il motto “prevenire è meglio che curare”, con il TLTRO Draghi ha deciso di iniettare nel sistema nuovo lubrificante. Infine, la BCE, rompendo la tradizione con il passato, per una volta è stata proattiva, anticipando le mosse. Draghi, in questo senso, ha usato un’altra metafora, dicendo che anche se ci troviamo in uno stato di “incertezza pervasiva” con un chiaro peggioramento delle proiezioni, bisogna agire. “Ci troviamo in una stanza buia, e ci muoveremo a piccoli passi, certo non si corre, ma nemmeno si rimarrà fermi.”

Sono tutte mosse e strategie che hanno un obiettivo in particolare, e cioè quello di dare fiducia e sostegno agli investimenti. Il mercato azionario, da tutto questo, non potrà che trovare beneficio, ed ogni situazione di calo, tenendo ben a mente le strategie messe in cantiere da Mario Draghi, non sarà un campanello per la fuga, ma un’occasione per entrare a prezzi più convenienti, anche per chi fino ad ora, erroneamente, era rimasto fuori. L’importante rimane sempre tenere a mente la regola aurea: diversificare.


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