Basiglio, 10 settembre 2020

L'opinione di Mediolanum

Giappone. Un manuale di istruzioni.

La crisi ultraventennale del Giappone è stata affrontata con i metodi giusti ma con tempi errati. Il Giappone è stato un pioniere e dai suoi errori noi possiamo imparare molte cose, anche in tema di investimenti dove una potenza mondiale può deludere nei rendimenti. Per questo la diversificazione è sempre un elemento essenziale. 

“Le cose accadranno quando possono/aspetterò qui il mio uomo stasera/è facile quando sei grande in Giappone/ah quando sei famoso in Giappone”. Essere grandi in Giappone è un sinonimo di successo: lo è stato per gli Alphaville un gruppo musicale tedesco che nel 1984 raggiunse le vette delle hit parade mondiali grazie a questo singolo “Big in Japan”.

Perché “Big in Japan” non è una canzone qualunque dei mitici anni ’80, è un singolo che ha un significato particolare. In un mondo, quello degli ’80, dominato dalla cultura occidentale, dove per arrivare sul tetto del mondo l’unico paese da conquistare era l’America, questa canzone dimostrava che sul mercato c’era un’alternativa, l’Oriente e, nello specifico, il Giappone, il Paese che in quegli anni stava diventando la potenza economica che voleva addirittura superare l’Occidente.

Gli Alphaville in Giappone riuscirono ad avere grande successo e per questo decisero di vantarsene attraverso questa canzone, perché pur essendo snobbati negli Usa, stavano conquistando l’Oriente, il nuovo mondo, stavano avendo successo in Giappone la nuova potenza economica, qualcosa di molto simile a quello che rappresenta la Cina oggi.

Negli anni ’80, il Giappone economicamente faceva paura. Scalando le classifiche era arrivato a piazzarsi come seconda potenza del mondo, una crescita che preoccupava l’Occidente e in particolare gli Stati Uniti. Era una minaccia perché non si accontentava e non si fermava mai, cresceva internamente con un apparato produttivo molto efficiente, era l’alba dell’elettronica e loro ci sapevano fare, e soprattutto si espandevano, perché compravano ovunque, anche in America.

Il Giappone produceva, il Giappone consumava, essendo da sempre un paese privo di materie prime, doveva organizzarsi con business alternativi, e l’elettronica era una delle sue specialità. Le aziende erano diventate dei colossi mondiali, e la borsa era la manifestazione di questa muscolarità. Il Nikkei 225, l’indice principale della Borsa di Tokyo si arrampicò fino a quota 40.000, una crescita spettacolare che sembrava preannunciare un’espansione senza fine, la conquista del mondo, quando improvvisamente, come per un incantesimo, anche il preciso meccanismo creato dai giapponesi, si è inceppato. E’ l’inizio degli anni ’90, e il Giappone entra in un tunnel, in cui tra tante false uscite, la strada verso una ripresa strutturale ancora non si è vista.

Improvvisamente si spegne la luce, per 22 anni il Paese brancola nel buio. Era stato tanto eccellente e preciso nel costruire la macchina perfetta, quanto è risultato impreparato nel gestire i guasti che si sono palesati quando la macchina era a pieni giri. Ventidue anni in cui sembrava che anche il destino si fosse messo contro quel popolo, catastrofi naturali, un’iniziale pigrizia, hanno frenato il recupero. Nemmeno l’invenzione internet riuscì a risvegliare il paese, e quando nel 2011 con la tragedia di Fukushima il Giappone sembrava definitivamente destinato all’oblio, proprio in quel momento dalla politica arrivò un segno di speranza e rinnovamento. Shinzo Abe, nuovo premier eletto (in verità una vecchia conoscenza) fu il simbolo di un tentativo di riscossa.

L’immagine che meglio rappresenta questo tentativo di rinascita l’ha pubblicata il settimanale The Economist nel maggio 2013, una foto in cui Abe vestito da Superman sorvola i palazzi di Tokyo. Il titolo chiedeva: È un uccello? È un aeroplano? E’ il Giappone.

Ecco la voglia di rinascita, che si riassume tutta in una parola: Abenomics, la strategia economica che per Abe, il suo ideatore, rilancerà il Paese.

L’architettura economica di Abe poggia sostanzialmente su tre pilastri: una politica monetaria audacemente espansiva, una politica fiscale molto flessibile e una strategia di crescita interna fatta di investimenti pubblici. Molte spese che dal lato delle entrate vedono un unico contrappeso, l’aumento dell’Iva. Tutto il resto arriverà dai benefici della ripresa.

Prima bisogna sconfiggere i nemici: la deflazione, ormai una malattia cronica del Paese che continua a frenare la spesa per consumi. A questo dovrebbe pensare la Banca Centrale Giapponese che in verità è la prima a muoversi attraverso una spettacolare iniezione di moneta, una mossa a cui la borsa non rimane indifferente: si assiste a uno spettacolare rialzo come non si vedeva da anni. La Boj fa la solenne promessa, e della parola dei giapponesi ci possiamo fidare, che non farà mai mancare il suo sostegno, sia sul mercato valutario mantenendo debole lo Yen avvantaggiando le esportazioni, e continuando a stampare moneta fornendo carburante alla finanza. Tutto il resto arriverà dalla politica: stabilità governativa, l’attuazione delle riforme, una politica fiscale generosa, e gli investimenti pubblici.

Sette anni dopo, questi grandi sforzi non hanno prodotto i risultati sperati, il Giappone è cresciuto, ma non ha risolto i suoi problemi originari, che puntualmente si sono manifestati ogni qualvolta il ciclo economico è caduto in crisi. Ma la notizia peggiore è di natura politica: le dimissioni di Abe comunicate quest’estate. Dimissioni che non sono dovute a un fallimento, ma a motivi di salute. A questo si deve aggiungere anche la sorte: il Covid ha costretto il Paese a rinviare lo svolgimento delle olimpiadi che in Giappone erano molte attese, sia dal punto di vista sportivo che economico.

Sono stati sette anni persi?

Dal punto di vista teorico, il caso Giappone è per noi una continua fucina di insegnamenti, aneddoti, idee, perché pur avendo cercato di affrontare questa crisi in molti modi, l’hanno fatto in tempi sbagliati.

Sono stati dei pionieri, hanno fatto molti errori probabilmente perché sono stati i primi, in qualche modo si sono immolati per noi e di questo gesto di “generosità” dobbiamo far tesoro.

Prima di tutto dobbiamo conoscere le origini del problema, una crisi scatenata da un’eccessiva speculazione nel settore immobiliare, una bolla che ha avuto come protagoniste le banche che loro malgrado si sono trovate cariche di mutui e prodotti affini, un fardello di tossicità che le ha rese cagionevoli per parecchi anni, e ancora oggi non hanno ritrovato la piena forma. Una situazione che ricorda molto lo stato attuale delle banche italiane, con la sola differenza che per le giapponesi il problema erano i mutui, per le nostre la zavorra sono gli npl. Fortunatamente la Bce, su questo problema sta cercando di agire con maggiore celerità e incisività, proprio per evitare la lunga degenza giapponese.

Poi c’è la deflazione, una caduta dei prezzi al consumo che è diventata cronica, a causa del perpetuarsi delle recessioni e di una debolezza economica che ha minato la fiducia dei consumatori, sempre più restii nella spesa per consumi. La Banca Centrale Giapponese è stata la prima ad intervenire con lo stampaggio di moneta, ma rispetto alla crisi del proprio paese ha cominciato la sua azione troppo tardi, ed è proprio imparando da questi errori che la Fed, prima con Bernanke, e oggi con Powell, ha deciso di accantonare il pericolo di rialzo dei prezzi al consumo, spingendo al massimo la leva monetaria.

C’è il debito pubblico, che nel tempo, a causa di interventi di spesa, fatti male e fuori tempo, è cresciuto a dismisura, diventando oggi il più grande al mondo. A dire il vero, in Giappone sul debito grava anche un peso demografico, essendo il paese con un’alta longevità, ma con una presenza di giovani minoritaria.

E infine la Borsa, l’indice Nikkei dimostra che non è vero che tutti gli strumenti finanziari recuperano le perdite, e che non è vero che gli eventuali recuperi avvengono in breve tempo. L’indice Nikkei ha toccato il suo massimo nel 1990, e 30 anni dopo vale ancora la metà di quel massimo. Il caso è ancora più eclatante perché riguarda quella che pochi anni fa era la seconda potenza economica al mondo. Ed è proprio per questi motivi che la diversificazione è una strategia essenziale per gli investimenti, perché anche quello che può sembrare più sicuro, può rivelarsi un investimento in perdita. Osservate, mentre gran parte del mondo negli ultimi 30 anni, nonostante le gravi crisi, è progredita, il Giappone è rimasto fermo, o peggio è retrocesso.

E anche questa volta, con le dimissioni di Abe, come era accaduto con la tragedia di Fukushima del 2011, quando il Paese sembra ormai in ginocchio, ecco che arriva squarciando il cielo una luce di speranza. Questa volta non è la politica a illuminare, ma la finanza, perché poco dopo l’annuncio delle dimissioni di Abe, è arrivata la notizia che Warren Buffett, il più grande investitore al mondo, ha deciso di comprare in Giappone.

Mitsubishi, Mitsui & C, Sumitomo, Itochu e Marubeni, oltre 6 miliardi di dollari spalmati su queste cinque società commerciali nipponiche, questo è il regalo che Warren Buffett ha deciso di farsi per i suoi 90 anni appena compiuti. Anche a quest’età ha scelto un investimento di lungo termine, e considerando il suo patrimonio, questa mossa è un’ulteriore diversificazione del suo portafoglio.

Warren Buffett dopo essere stato grande in America, ora come gli Alphaville vuole essere “Big in Japan”.


NOTA DI REDAZIONE : gli argomenti, le immagini e i grafici sono frutto di elaborazione interna. Messaggio pubblicitario con finalità promozionale. Le informazioni riportate non devono essere intese come una raccomandazione, diretta o indiretta, o un invito a compiere una particolare operazione. Per verificare le soluzioni più adatte alle tue esigenze e adeguate al tuo profilo di investitore rivolgiti sempre al tuo Family Banker.
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